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martedì 5 novembre 2013

IL PETROLIO CONTESO TRA ISRAELE E CISGIORDANIA

Quando è stato annunciato che il giacimento petrolifero di Meged 5, al confine tra Israele e Cisgiordania, contiene molto più petrolio del previsto, il valore delle azioni dell’azienda petrolifera israeliana Givot Olam è schizzato alle stelle.


Dall’apertura del pozzo Meged 5 nel 2011 l’azienda israeliana ha già venduto greggio per un valore di 40 milioni di dollari. Secondo le nuove stime avrà a disposizione altri 3,53 miliardi di barili, l’equivalente di un settimo delle riserve petrolifere del Qatar.

“C’è solo una cosa che non è chiara: non si sa quanto di questo petrolio appartenga in effetti a Israele”, scrive Al Jazeera. Infatti il pozzo petrolifero è sotto la Linea verde, il confine stabilito nel 1948 che separa Israele dai Territori palestinesi occupati.

Un confine conteso
Secondo le autorità palestinesi, Israele avrebbe spostato la linea di confine, adducendo ragioni di sicurezza, per permettere a Givot Olam di avere accesso al pozzo che si trova vicino alla città israeliana di Kefar Sava e al villaggio palestinese di Rantis, a nordovest di Ramallah.

Dror Etkes, un ricercatore israeliano che studia le attività israeliane in Cisgiordania, afferma che i pozzi sarebbero in territorio palestinese e che l’accesso al sito è controllato dall’esercito israeliano.

Secondo gli accordi di Oslo gli israeliani sono obbligati a coordinarsi con le autorità palestinesi per sfruttare il sottosuolo di località al confine tra i due stati e i proventi devono essere divisi tra i due paesi. “Ma non sarebbe la prima volta che gli accordi di Oslo sono violati”, spiega Al Jazeera.

Ashraf Khatib, un funzionario palestinese coinvolto nei negoziati con Israele dichiara: “Il problema non è solo l’occupazione dei Territori palestinesi attraverso la confisca delle terre e la costruzione di nuovi insediamenti, ma anche lo sfruttamento delle nostre risorse naturali”.

L’autonomia impossibile
Nel 2012, quando si pensava che le riserve di petrolio di Meged 5 fossero meno vaste, le autorità palestinesi avevano provato a portare il caso davanti a un tribunale internazionale.

Inoltre un rapporto della Banca mondiale ha denunciato che Israele impedisce ai palestinesi di Cisgiordania di sfruttare da un punto di vista economico le proprie risorse naturali. Il rapporto non si occupa nello specifico del sito Meged 5, perché non sono stati raccolti dati sufficienti, ma prende in considerazione le attività di sfruttamento economico nella cosiddetta area C, una zona che comprende i due terzi della Cisgiordania. Nell’area C sorgono circa duecento insediamenti israeliani e questo permette a Tel Aviv di controllare la maggior parte delle risorse naturali palestinesi: falde acquifere, terra, miniere e siti d’interesse turistico e archeologico. “Meged 5 è nell’area C”, conferma Al Jazeera.

Secondo lo studio della Banca mondiale la Palestina potrebbe guadagnare 3,4 miliardi di dollari all’anno dallo sfruttamento economico dell’area C. Tuttavia l’attuale governo israeliano ha dichiarato che pensa all’annessione di questo territorio. Secondo la Banca mondiale le attività economiche dell’area C potrebbero incrementare di un terzo il pil palestinese, ridurre il deficit e il tasso di disoccupazione, anche senza considerare la scoperta dei nuovi pozzi petroliferi che aumentano il valore dell’intera zona.

Mariam Sherman, rappresentante della Banca mondiale nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, dichiara: “Bisognerebbe permettere ai palestinesi di sfruttare le loro risorse in quest’area per aprire una strada allo sviluppo sostenibile del paese”.

Secondo alcuni analisti, come Anais Antreasyan, l’autonomia economica dell’Autorità nazionale palestinese dagli aiuti internazionali potrebbe essere raggiunta solo se fosse permesso ai palestinesi di sfruttare economicamente i giacimenti di gas al largo della Striscia di Gaza e il petrolio in Cisgiordania.

fonte: Internazionale.it



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RUSSIA - GIAPPONE ACCORDO STORICO DI COOPERAZIONE MILITARE

Nonostante rimangano irrisolte alcune tensioni di natura territoriale, Russia e Giappone hanno avuto il loro primo colloquio diplomatico per dare vita ad una cooperazione che lotti contro pirateria e terrorismo, a conferma dell'avvio di dialogo segnato negli ultimi sei mesi da quattro diversi incontro tra il presidente Vladimir Putin e il primo ministro Shinzo Abe.


Al vertice che si è svolto sabato nel Paese del Sol Levante hanno partecipato i ministri degli esteri e della difesa di Mosca e Tokyo, i quali al termine hanno tenuto una conferenza stampa congiunta. L'incontro "2+2", a cui ne seguiranno altri, "avrà un buon impatto sui negoziati per la firma di un trattato di pace" ha detto il ministro degli Esteri giapponese Fumio Kishida, specificando che proprio grazie alla collaborazione "nel settore della sicurezza" tra i due Paesi si sta aprendo un "nuovo capitolo" del rapporto giapponese-russo.

Ad accelerare il dialogo tra Tokyo e Mosca sono state le preoccupazioni derivanti, da un lato, dall'espansione militare cinese e dal ruolo dominante che può giocare il dragone nella regione asiatica e, dall'altro, dalle minacce belliche della Corea del Nord. Come ha specificato il ministro degli Esteri Fumio Kishida all'agenzia di stampa Ria Novosti, infatti, Tokyo continua a guardare con non poca apprensione la crescente espansione militare del 'colosso' cinese e la situazione nord coreana, in particolar modo rispetto alla minaccia di lanci missilistici.

All'incontro di sabato, hanno affermato i ministri presenti, sono state gettate inoltre le basi per una futura discussione riguardante la "cyber sicurezza", mentre al momento è stato dato il 'via libera' a esercitazioni congiunte tra la Marina russa e giapponese che inizieranno una stretta collaborazione per contrastare il fenomeno della pirateria e quello del terrorismo.

E' sostanzialmente la prima volta che i due Paesi si siedono alla stesso tavolo per discutere di questi temi, nonostante come già specificato non accennino a risolversi per il momento le problematiche relative alla sovranità di un gruppo di isole che si trovano all'estremo oriente russo e al nord del Giappone, 'conquistate' da Mosca al termine della Seconda Guerra Mondiale.

Entrambe le parti non hanno mai arretrato di un passo su quest'ultimo caso, benché le due nazioni non abbiano mai disdegnato rapporti ad esempio di tipo commerciale che riguardano la necessità di combustibili fossili del Sol Levante che ne acquista proprio dalla Russia, che comunque non sono mai arrivati a firmare un trattato di pace proprio a causa delle tensioni rispetto alle isole.

Soddisfazione per l'avvio dei colloqui è stata espressa anche dal ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, il quale ha sottolineato come il rapporto in materia di difesa tra Giappone e Russia dovrà rispondere anche di altre questioni tra cui, ad esempio, le tensioni in Corea e il traffico di droga: "abbiamo confermato che la nostra stretta collaborazione nel risolvere questi problemi andrà incontro all'interesse di entrambi i Paesi", ha detto infatti Lavrov.

di Luca Lampugnani

lunedì 4 novembre 2013

IL GIAPPONE MINACCIA LA CINA

Si alza la tensione in Estremo Oriente. Il Giappone del premier nazionalista Abe rispolvera contro il vicino cinese un linguaggio aggressivo e ultimativo, pretendendo uno "spazio vitale" che riconosca al Sol Levante il suo potere economico ma anche militare. I motivi di attrito tra i due paesi non sono mai mancati, così come gli scontri militari sanguinosi e duraturi. E recentemente la polemica si è innestata sull'arcipelago conteso delle Senkaku (per Tokio, Diaoyu per Pechino) che ha riportato i toni del confronto a livelli parossistici e soprattutto ha evidenziato uno schieramento anche militare dei due contendenti oltre che diplomatico e politico. 


Alle recenti elezioni Abe ha ottenuto un larghissimo consenso grazie ad una propaganda esplicitamente militarista e nazionalista, premiata da un'opinione pubblica sempre più sensibile al richiamo agli antichi fasti di un Giappone che, grazie alla strategia USA di accerchiamento anche militare della Cina, mostra i muscoli.
Come al solito a raccontare quanto avviene in Estremo Oriente senza particolari eufemismi è Il Sole 24 Ore, in un pezzo di Stefano Carrer. Come scrive lo stesso giornalista del quotidiano di Confindustria la tensione nell'area sta diventando così alta che 'gli investitori cominciano a preoccuparsi". Di seguito alcuni stralci dell'articolo in questione:

Il primo ministro giapponese ha scelto la base militare di Asaka - vicino a Tokyo - per lanciare un monito alla Cina nel discorso alla parata annuale delle Forze di Autodifesa. Davanti a quasi 4mila soldati e vedendosi sfilare davanti 240 veicoli e sopra 40 velivoli di ogni tipo, Abe ha dichiarato che non può essere tollerato l'uso della forza per cambiare lo status quo regionale, con palese riferimento alla percepita aggressività della Cina nel rivendicate le isole Senkaku (controllate da Tokyo). Hanno sfilato tutti i mezzi in grado di riconquistare eventuali isole perdute: veicoli anfibi, mezzi da sbarco, elicotteri d'assalto, ricognitori, caccia e persino canotti.
Un messaggio chiaro: il Giappone reagirebbe non solo fidando nell'appoggio e nell'ombrello nucleare americano, ma confidando sulla propria forza. Del resto, per la prima volta da quanto fu stipulato il trattato di Difesa tra Stati Uniti e Giappone, le due parti hanno approntato nei minimi dettagli un piano militare congiunto per contrastare un eventuale attacco su una specifico territorio: le Senkaku, appunto, nel Mar cinese orientale. Il capo degli stati maggiori riuniti delle Forze di Autodifesa, Shigeru Iwasaki, lo ha discusso fin dal marzo scorso - e finalizzato in estate - con il capo dello Us Pacific Command, Ammiraglio Samuel Locklear: strategia, tattiche, logistica, via via fino a particolari minuti come le modalità di trasporto dei feriti verso specifici ospedali. Lo scoop, probabilmente pilotato, del quotidiano Nikkei è arrivato l'altro ieri in in contemporanea con un intervista al Wall Street Journal in cui per la prima volta un premier giapponese dichiara che il suo Paese è chiamato ad assumere un ruolo di leadership in Asia non solo sul fronte economico, ma anche sulle questioni riguardanti la sicurezza internazionale. Sono due sviluppi, destinati a far infuriare Pechino, che si coniugano con alcuni controversi piani del governo Abe che la Dieta sarà chiamata ad approvare: l'espansione del perimetro di potenziale operatività delle Forze di Autodifesa (per consentire la cosiddetta "difesa collettiva" in aiuto a forze armate amiche); la creazione di un Consiglio per la Sicurezza Nazionale sul modello americano; nuove linee guida per il Programma di Difesa entro quest'anno in anticipazione della revisione delle linee-guida della Us-Japan Defense Cooperation entro fine 2014; infine, una rigida tutela dei "segreti di stato" attraverso norme penali draconiane applicabili con un margine di discrezionalità talmente ampio che induce molti a temere per la libertà di espressione e a paventare un forte controllo statale sull'informazione (il relativo disegno di legge è stato approvato venerdì dall'esecutivo e presentato al Parlamento).
Si tratta di uno scenario che potrà allarmare anche la Corea del Sud, con la quale i rapporti sono piuttosto tesi per molte ragioni, da ultimo persino per uno spot di 87 secondi messo su Youtube dal Ministero degli esteri giapponese per spiegare le ragioni per cui rivendica la sovranità sull'isoletta di Takeshima (Dokdo per i coreani) controllata da Seul.
Un crescendo di segnali - compresa l'indiscrezione secondo cui il premier potrebbe visitare il tempio nazionalista Yasukuni - che comincia a preoccupare anche gli investitori internazionali: il timore è che Abe perda il "focus" sull'economia proprio nella fase più importante - quella delle riforme di sistema promesse come terzo pilastro dell'Abenomics dopo la politica monetaria ultra espansiva e gli stimoli fiscali - per passare ad attuare una agenda "politica" in grado di avere conseguenze negative sull'economia anche per la strada di un aggravamento delle tensioni con i vicini. (...)
Per la prima volta un leader giapponese lancia in sostanza il messaggio secondo cui il Paese è pronto a contrastare l'ascesa cinese e non resterà inerte di fronte ai tentativi di alterare l'equilibrio dei poteri in Asia. Come il Nikkei precisa che i piani militari di emergenza con gli Usa intendono indurre la Cina ad astenersi da ulteriori provocazioni e evitare uno scontro armato Pechino-Tokyo, così Abe dice che altri Paesi asiatici ritengono che una postura più decisa del suo Paese possa indurre la Cina a maggiore ragionevolezza. Ma non è affatto detto che si determini questo effetto desiderato. Ad ogni modo, il premier assicura di non voler dimenticare l'economia e domani sarà il Turchia per rafforzare i legami commerciali anche attraverso l'export di tecnologia nucleare civile.

venerdì 1 novembre 2013

COSA SUCCEDE SE L'OMT VIENE BOCCIATO DALLA CORTE COSTITUZIONALE TEDESCA ?

Messe da parte le elezioni generali tedesche, con una coalizione di larghe intese tra Socialisti e il partito al Governo diAngela Merkel, il CDU, che dovrebbe prendere forma nei prossimi giorni, l'attenzione dei mercati si sposta sulla decisione della Corte costituzionale tedesca sulla regolarità e effettiva legalità del piano di salvataggio degli Stati dell'area euro in difficoltà varato da Mario Draghi.


Gli scenari che potrebbero apririsi sono diversi. In caso di responso negativo, il verdetto sul piano della Bce, che va sotto il nome di OMT (Outright Monetary Transactions), potrebbe addirittura spingere la Germania a lasciare l'Unione Europea. Questo è un caso limite, ma non va escluso a priori e potrebbe presto riempire i titoli delle prime pagine dei giornali.

Una decisione di questo tipo finirebbe per impedire alla Bundesbank di partecipare al programma di acquisto di titoli di Stato dei paesi in difficoltà, vincolando il Parlamento tedesco. Ma è l'ipotesi giudicata più improbabile.

Prima di analizzare i tre scenari che sono invece più probabili, vale la pena sottolineare che la corte costituzionale tedesca non ha potere giurisdizionale sulle azioni della Bce, bensì solo su quelle della Germania. 

Prima ipotesi: i giudici rimandano il caso alla Corte di Giustizia europea. Seconda: approvano il programma ma impongono alcuni paletti. Non trovano nulla di sbagliato nel piano di Draghi, che potrà quindi tirare un sospiro di sollievo.

Se viene chiamata in causa, la corte europea si esprimerà quasi certamente in favore del piano. Se la Germania l'approva, anche se imponendo delle condizioni, allora potrebbe causare un po' di frizioni perché la Bce potrebbe essere influenzata. Questo va contro il mandato di indipendenza dell'istituto centrale di Francoforte. 

Quello che potrebbe succedere è che spetterà agli stati membri rivedere e rivotare il piano. Ciò non farebbe che ritardare l'avvio del programma. 

Il bazooka di Draghi non ha ancora sparato i pimi colpi, perciò è presto per dire con certezza se è uno strumento di cui la Bce potrà effettivamente servirsi.

L'attesa e i titoli di agenzia finiranno per avere un impatto sull'euro, ma in tutti i modi l'esito dovrebbe essere favorevole alla stabilità dell'Eurozona.

fonte: WallStreetItalia

L'ARGENTINA E' UN DISASTRO: LA KIRCHNER STA MENTENDO

La signora Cristina Kirchner incassa una dolorosa sconfitta alle elezioni di medio termine argentine, lasciando forse di stucco anche i suoi fan italiani, che vedono in Buenos Aires un modello da seguire per risollevare le sorti del Belpaese.


Appare incomprensibile che un Paese che sotto la dinastia Kirchner ha registrato un' elevatissima crescita reale media annua dal default del 2002 abbia deciso di voltare le spalle a chi ha causato un decennio di benessere e prosperità.

Semplicemente le cose non stanno così come le statistiche del governo vogliono far credere, e gli argentini hanno deciso di punire il presidente perché le condizioni di vita reali sono peggiori di quanto le statistiche fanno credere. Detto altrimenti, gli argentini non credono più alle favole raccontate dall'INDEC, l'istituto di statistica locale.

Il motivo per il quale l'Argentina registra una crescita tanto elevata non è dovuta alla forza dell'economia, ma solo ad una inflazione semplicemente falsa. Il tasso di crescita del PIL reale infatti è uguale approssimativamente alla differenza tra il tasso di crescita nominale meno il tasso di inflazione: se quest'ultimo è tenuto artificiosamente basso risulta essere evidente che il tasso di crescita reale sarà di conseguenza artificiosamente alto.

Abbiamo prove per dire che il tasso di inflazione è falso? La risposta è sì, e non è necessario far riferimento ai nemici dell'Argentina, come i turbocapitalisti del FMI che, come noto, sono controllati dalla Trilaterale di Alpha Centauri. Faremo invece riferimento alle statistiche ufficiali argentine, che troviamo sul sito della Banca centrale, ovvero in questo comodo pdf.

Nel 2012 il PIL nominale argentino (a pagina due del PDF, PIB nominal) è aumentato del 17,5%. Per ottenere la crescita reale (in via semplificata) sottraiamo il deflatore del PIL (Índice de Precios Implícitos del PIB), che è pari al 15,3%, e otteniamo il tasso di crescita reale approssimato, ovvero il 2,2% (il "vero" tasso di crescita reale, cioè non approssimato, è 1,9%, come indicato nella riga PIB real).

Il problema risiede nel deflatore del PIL, che non risulta essere coerente con altri dati presenti nello stesso documento, in particolare è incoerente con tre misure: l'indice dei prezzi al consumo (Precios Minoristas), gli aggregati monetari (in particolar modo M2 e M3) e l'indice dei salari (Indice de Salarios Nivel General). Andiamo con ordine.

L'indice dei prezzi al consumo (CPI) e il deflatore del PIL sono misure dell'inflazione basate su panieri diversi: in quanto tali non sono necessariamente uguali, ma si muovono comunque insieme. Normalmente i due numeri differiscono di un punto percentuale, anche se il differenziale, in periodi particolarmente difficili, può essere anche più elevato, ma si tratta di una situazione momentanea. Nel caso argentino, invece, come si legge nel documento, il differenziale fra CPI e deflatore è elevato: nei tre anni considerati (ma il discorso è valido anche per gli anni precedenti) è del 4,5%, 7,8% e di nuovo 4,5%. I due numeri, insomma, rimangono troppo distanti per troppo tempo rispetto a quanto ci aspetteremmo.

Un altro indizio ci viene dal confronto dei due numeri precedenti con la crescita degli aggregati monetari (ovvero quanta "moneta" è presente nel sistema economico): per i nostri scopi useremo M2 (ma anche M3 ci racconta la stessa storia). Grossomodo, se aumenta l'offerta di moneta (specie quando essa aumenta troppo velocemente), è possibile che vi sia un aumento del tasso di inflazione. Una crescita di M2 costantemente intorno al 30% (nel 2012 addirittura al 39%) è completamente incoerente con un deflatore del PIL al 15% o con un CPI addirittura al 10%. Questo confronto ci fa sospettare che l'inflazione reale è probabilmente più alta, ed in aumento (forse oltre il 30% nel 2013).

La prova definitiva che qualcosa non quadra proviene dall'indice dei salari: qui la Banca centrale argentina ci propone un grafico (pagina 1 del documento) in cui vengono messi a confronto la crescita dei salari e la crescita dei prezzi. Il grafico ci dice che sono stati concessi aumenti salariali del 24,5% contro un indice dei prezzi al consumo del 10,8%, ovvero i salari reali sono aumentati di oltre il 10% solo nel 2012, ma guardando il grafico si nota che la crescita a due cifre del salario reale va avanti da anni. Si può dire che ogni anno l'argentino medio può comprare il 10% del pane in più rispetto all'anno precedente: significa che l'Argentina è un paradiso terrestre per i salariati, gli esseri umani di tutto il mondo dovrebbero spingere ai confini per esservi ammessi e che la signora Kirchner dovrebbe vincere a mani basse qualunque elezione.

Non è però accaduto niente del genere, e la Kirchner è in difficoltà, a significare una cosa molto semplice: il dato sull'inflazione rilasciato dal governo è falso, e come tale sono false tutte le misure che coinvolgono tale dato, e gli argentini cominciano a capirlo (purtroppo buttandosi nelle braccia dell'ennesimo peronista di passaggio).

Il dato che maggiormente si avvicina al tasso di inflazione reale è probabilmente l'indice dei salari: i sindacati, anche quelli vicini al governo, sanno benissimo qual è il reale costo della vita in Argentina, sanno bene che il prezzo del pane non aumenta (per esempio) del 10% l'anno, ma anche del doppio, e per questo chiedono aumenti salariali "veri", e li ottengono, perché è l'unico modo che il governo ha di evitare proteste apocalittiche. E per trovare i soldi necessari la Kirchner, semplicemente, aumenta l'offerta di moneta: per dirla in modo volgare (e semplificato), stampa soldi.

Possiamo verificare se il ragionamento fila: il PIL può essere calcolato anche come la somma dei redditi e dei profitti prodotti nello Stato. Il salario reale, di solito, si muove insieme (più o meno) al PIL reale, ovvero dovrebbe aumentare dell'1,9%: questo ci dà un tasso di inflazione (CPI) secondo i sindacati del 22,6% nel 2012, più alto sia del deflatore che del CPI ufficiale e più coerente con la crescita degli aggregati monetari, che ci dicono che l'inflazione dovrebbe essere intorno al 25%.

Un ultimo passo: se ipotizziamo che il deflatore sia uguale al CPI, e che entrambi siano uguali al tasso di inflazione registrato dai sindacati risulta che la crescita reale del PIL non è stata dell'1,9%, bensì finisce in abbondante territorio negativo. Forse questa stima è troppo pessimistica, ma concorda con la crescente impopolarità della Kirchner nonostante statistiche economiche ottime. L'inflazione (quella vera, non quella ufficiale) gonfiata dalle banconote sempre fresche spacciate dal governo sta rendendo gli argentini sempre più miserabili.

Dal default del 2001 l'Argentina ha effettivamente recuperato un po' del terreno perduto, tuttavia, da circa il 2007, il governo ha cominciato a fare i conti con gli squilibri relativi a una tale crescita semplicemente "sbianchettando" le statistiche e fissando tassi di cambio ufficiali con il dollaro fuori dalla realtà. Secondo gli economisti dell'opposizione, l'Argentina è più indietro del 10-15% rispetto ai dati ufficiali che il governo continua strenuamente a spacciare per reali, ma altri osservatori, aggiungendovi anche il tasso di cambio, sospettano che la situazione sia anche peggiore.

Da allora la situazione è migliorata, se così si può dire, solo grazie a pesanti iniezioni di sussidi pubblici pagati con soldi freschi di stampa, di saccheggi ai danni della banca centrale e dei fondi pensione, fino alla nazionalizzazione di aziende e alla costruzione di un muro valutario per difendere il peso fino a giungere a una mostruosa restrizione delle libertà personali.

L'Argentina ha dimostrato di avere molta fantasia nell'allontanare da sé l'amaro calice della realtà, ma si tratta di mezzucci che spostano solo la resa dei conti più in là nel tempo, e con effetti sempre più effimeri: l'inflazione sembra spingere per aumentare il numero di cifre che la compongono, sfuggendo al controllo del governo e sfociando nel caos.

C'è di peggio: allo stato attuale, le correzioni che dovrebbero essere adottate (ovvero una paurosa stretta) rischiano di infliggere ulteriore dolore agli argentini, il che porterebbe il Paese allo stesso esito, ovvero al caos.

AL G20 PUTIN HA REGALATO CHIAVETTE USB CON MICROSPIE

Oggi il quotidiano La Stampa dà la notizia del tentativo di spionaggio da parte del leader russo Vladimir Putin a danno delle personalità politiche che parteciparono, lo scorso settembre, al G20 di San Pietroburgo. In quell'occasione gli organizzatori locali donarono ai partecipanti dei gadget-ricordo forse troppo inconsueti: chiavette USB e caricatori per telefoni cellulari.


Di ritorno a Bruxelles, il Presidente del Consiglio Europeo Herman Van Rompuy sospettò di tale manifestazione d'ospitalità e preferì chiedere l'aiuto dei servizi segreti tedeschi per un'analisi dei souvenir. È emerso dunque che si trattava di veri e propri "cavalli di Troia" finalizzati all'acquisizione illecita di dati e informazioni custoditi nei computer e nei cellulari.

Solo poco tempo fa il tecnico informatico Edward Snowden aveva rivelato al mondo l'attività di spionaggio da parte della National Security Agency del governo USA, responsabile di aver violato la privacy di miliardi di persone in tutto il mondo, Italia compresa. Il bubbone del "Datagate" aveva destabilizzato pesantemente gli assetti politici internazionali, evidenziando le contraddizioni di un sistema che aveva minato i diritti civili e le libertà individuali.

"Corsi e ricorsi della Storia" dirà qualcuno, perché viene automatico pensare al clima da "guerra fredda" di qualche epoca fa. Oggi la tecnologia si è evoluta e dobbiamo cominciare a temere anche un semplice carica-batteria. Taluni interpretano questa come una semplice prova di forza da parte di Putin, che ha così inteso dimostrare di non essere da meno rispetto a Obama, un po' come accadde per la cosiddetta "corsa allo spazio". I più dietrologi, invece, parlano di un tranello per screditare l'immagine del Cremlino.

Nel generale bailamme suscitato dalla notizia, il nostro diplomatico Giampiero Massolo tende a rassicurare gli animi per quanto riguarda la sicurezza delle conversazioni di Enrico Letta. Dopo la riforma dei servizi, infatti, il Presidente del Consiglio è sempre scortato e protetto dall'Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna (AISI) e le sue conversazioni possono stare al sicuro grazie al Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica (COPASIR). Si attendono intanto le reazioni internazionali.

LA RUSSIA ACCUSA GLI USA DI GUERRA BIOLOGICA

Gennady Onishenko, capo del sevizio sanitario russo (Rospotrebnadzor), ha intimato alla Georgia di chiudere un laboratorio batteriologico statunitense, accusando gli USA di aver iniziato una guerra biologica contro la Russia.


Secondo la massima autorità sanitaria russa, gli Stati Uniti stanno violando i propri impegni internazionali, ossia la “Convenzione per le armi biologiche”. Il laboratorio statunitense in Georgia è una parte importante del potenziale biologico offensivo degli USA.

“Il fine di questo laboratorio è di studiare la situazione relativa ai focolai naturali dei virus e la loro diffusione nel territorio della Federazione Russa e della regione Transcaucasica” (ossia la regione in cui si trovano Georgia, Armenia e Azerbaigian), secondo quanto detto da Onishenko, riportato dall’agenzia di stampa russa Interfax.

Nel giugno 2013 Onishenko accusò la Georgia di aver realizzato azioni sovversive contro la Russia. Secondo la massima autorità russa, la peste porcina africana è arrivata alle regioni meridionali della Russia e al Caucaso del Nord attraverso la Georgia, per mezzo di un’azione premeditata. Ha commentato: “Si tratta di un’azione ben pianificata, il cui proposito è quello di minare le economie delle regioni del sud, del Caucaso del Nord e della Russia”.

Secondo il ministero dell’agricoltura russo, il danno causato al paese dalla peste porcina africana nel 2008, superò i 2.000 milioni di rubli (62 milioni di dollari), obbligando i fattori russi a sopprimere più di 400.000 maiali.

Secondo alcune teorie, l’agente causale della patologia venne introdotto in Russia nell’autunno 2007 per mezzo dei cinghiali selvatici che giungevano dai territori georgiani.

fonte: Stampa Libera

lunedì 28 ottobre 2013

INFERNO ERITREA

Ci si aspettava che dopo la strage di Lampedusa dove hanno perso la vita centinaia di eritrei la comunità internazionale si focalizzasse sul reale problema rappresentato dalla Eritrea e dal suo padre/padrone, il dittatore Isaias Afewerki. Invece nulla di questo è avvenuto. Un recentissimo rapporto delle Nazione Unite delinea un quadro desolante sulle condizioni di vita in Eritrea, un quadro che spinge ogni mese 3.000 eritrei a cercare rifugio all’estero. A fare il quadro della situazione è il relatore speciale dell’ONU in Eritrea, Sheila B. Keetharuth, il quale in un rapporto consegnato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite racconta di una situazione devastante, da film dell’orrore, in qui vive la popolazione eritrea. Il rapporto di Sheila B. Keetharuth si basa su centinaia di testimonianze di fuoriusciti eritrei intervistati nei campi profughi in Etiopia e Gibuti oltre a varie testimonianze raccolte presso i richiedenti asilo che sono riusciti a raggiungere l’Europa. 
Nel rapporto si parla in maniera molto dettagliata (con tanto di nomi e cognomi delle vittime) di uccisioni sommarie, sparizioni, detenzioni arbitrarie degli oppositori al regime di Afewerki, di condizioni carcerarie disumane con detenuti rinchiusi in container posizionati nel deserto, si parla di indicibili torture. Infine si conferma che in Eritrea ci sono fortissimi limitazioni alla libertà personale tra le quali il servizio militare coatto e senza scadenza, il divieto di associazione e di riunione (un gruppo di tre persone che parlano fanno una riunione), nessuna libertà di culto e nessuna libertà di movimento. A complemento del rapporto della signora Keetharuth vi è poi un recente rapporto dell’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’Onu che stima in 3/4 mila il numero degli eritrei che ogni mese fugge dall’Eritrea ma si ritiene che quelli che tentino di fuggire siano circa 7.000. Molti di loro vengono bloccati e spesso incarcerati. Un recente accordo non scritto tra Eritrea e Sudan prevede che gli eritrei fermati in Sudan vengano immediatamente rimpatriati e nella maggioranza dei casi di loro non se ne sa più niente. Nonostante questa situazione sia nota ormai da molto tempo l’occidente continua come se niente fosse a fare affari con il regime eritreo. Isaias Afewerki è libero di circolare ovunque. Viene a farsi curare i denti in Italia dove sembra sia ospite di un noto politico. 
Decine di aziende italiane hanno cospicui interessi in Eritrea mentre centinaia sono le aziende europee che operano in Eritrea. Neppure il massacro di Lampedusa ha scalfito l’indifferenza sulle atrocità del regime di Isaias Afewerki. Secondo l’UNHCR lo scorso anno sono fuggiti dalla Eritrea 305.723 di cui oltre il 40% bambini o minori non accompagnati. Quest’anno il numero sarà certamente superiore. Una massa di gente che finisce nelle mani dei trafficanti di esseri umani. Quante stragi di eritrei serviranno alla comunità internazionale per interessarsi di quello che sta avvenendo in Eritrea? 


di Claudia Colombo
fonte: http://www.rightsreporter.org/

venerdì 25 ottobre 2013

ITALIA SPIATA ANCHE DAL SERVIZIO SEGRETO BRITANNICO

L'Italia non è stata soltanto nel mirino del sistema Prism creato dagli 007 statunitensi. Con un programma parallelo e convergente chiamato Tempora, anchel'intelligence britannica ha spiato i cavi di fibre ottiche che trasportano telefonate, mail e traffico Internet del nostro paese. Lo rivela l'Espresso in edicola domani, che riporta le dichiarazioni di Gleen Greenwald, il giornalista americano che custodisce i file di Edward Snowden.


Le informazioni rilevanti raccolte dal Gchq, ossia il Government Communications Head Quarter, venivano poi scambiate con l'Nsa americana. Ma dai file di Snowden risulta che la scrematura di questi dati segue criteri spregiudicati, che non riguardano solo la lotta al terrorismo. 

Gli inglesi infatti selezionavano telefonate e mail utili a individuare "le intenzioni politiche dei governi stranieri". Nella lista delle priorità di Londra c'è poi il contrasto alla proliferazione, ossia alla diffusione di armi nucleari, batteriologiche o chimiche nelle nazioni ostili.

Ma sotto questa voce possono essere incluse anche le cessioni di tecnologie avanzate, militari o comunque con potenzialità belliche: un capitolo in cui possono essere inserite le trattative commerciali lecite condotte da aziende italianeverso paesi arabi. Quante volte queste informazioni sono state utilizzate per danneggiare i rivali delle imprese britanniche?

Altri documenti su Tempora fanno esplicitamente riferimento alla possibilità di cercare dati che sostengano "il benessere economico dell'Inghilterra". Nell'elenco delle comunicazioni da esaminare sono poi citati "i gravi reati economici": uno spettro ampio, poiché moltissime attività finanziarie internazionali e italiane passano dalla City. Quindi c'è il contrasto al traffico di droga: un altro punto che può giustificare irruzioni nelle conversazioni italiane.

Infine la "posizione dei governi stranieri su determinate questioni militari". Anche in questo caso, si possono ipotizzare inserimenti nelle telefonate dei nostri ministri: basta ricordare i contrasti tra Roma e Londra nella prima fase dell'intervento in Libia due anni fa. Insomma, la licenza di spiare concessa dalle autorità britanniche è vastissima e consente di tenere sotto controllo aziende, politici e uomini di Stato.

fonte: WallStreetItalia

mercoledì 23 ottobre 2013

L'ITALIA E' UFFICIALMENTE FUORI DAL G8

Grande smacco per l'Italia, che non fa più parte dei paesi del G8 E' quanto scrive un articolo di Repubblica, sottolineando che "quando nel 2014 l'Italia farà un altro turno di presidenza dell'Unione europea, continuerà a partecipare al G8 con una piccola differenza: per dimensioni dell'economia, non sarà più fra i primi otto".


Lontani i tempi in cui, ricorda il quotidiano il un articolo firmato da Federico Fubini, in cui, nel 1975, l'allora premier Aldo Moro fu testimone dell'ingresso del paese nel club dei grandi perchè "vantava la sesta economia della Terra e occupava la presidenza della Comunità europea".

I tempi sono cambiati, il Pil è in fase di contrazione, e quel lustro l'Italia lo ha perso da tempo. Di fatto, precisa l'articolo, "dopo la Cina nel 2000 e il Brasile nel 2010, quest'anno la Russia sta compiendo ufficialmente il sorpasso. L'Italia scivola al nono posto per Prodotto interno lordo (Pil), partecipe del G8 per lignaggio politico ma fuori per dimensioni del fatturato, peso economico e capacità di proiettarlo nel mondo". 

"I dati del Fondo monetario mostrano che dal 1980 la Cina è cresciuta di 29 volte, l'India di 9, gli Stati Uniti di 5,8. L'Italia in questo è in linea con Francia, Germania o Gran Bretagna: negli ultimi 40 anni la sua economia si è moltiplicata circa per quattro". 

E non finisce qui: "fra non oltre cinque anni l'Italia sarà fuori anche dai primi dieci, scavalcata da Canada e India e relegata all'undicesimo posto; quello per il quale oggi competono Spagna e Corea del Sud".

font WallStreetItalia

ORMAI IN GRECIA E' DITTATURA FINANZIARIA

In Italia si parla di Grecia in merito al ritrovamento della 'bimba bionda con gli occhi azzurri', mentre non un tratto di inchiostro viene consumato per scrivere della casa per bambini di Kalithea (ora privata di sussidi statali), dove centinaia di genitori lasciano i loro figli perché non hanno la possibilità di dargli da mangiare. Lo storico e scrittore Nikos Kleitsikas riporta la testimonianza di una bambina di 9 anni che scrive a sua mamma: “Vieni a prendermi. Se starò vicino a te, non ti chiederò mai più da mangiare”.


L'arma di distrazione di massa della bimba bionda serve per coprire queste tragedie e i veri problemi del paese. E' passato poco tempo dall'approvazione della legge che sanciva la salvaguardia delle retribuzioni nel comparto pubblico inferiori ai 1000 euro, ma nella contemporanea guerra dell'Europa può accadere di tutto. In Grecia, come in Italia, si è stabilito che i pagamenti di stipendi e pensioni avvengono esclusivamente tramite conto corrente bancario. Se devi tasse allo Stato, il Ministero delle Finanze impone alla banca di sequestrare i soldi dallo stipendio appena versato dal datore di lavoro. A proposito di tasse, se ne vengono prelevate in eccesso dai contribuenti, il lavoratore o il pensionato riceve un documento, una carta: una sorta di “pagherò” senza scadenza da parte dello Stato, poiché non è infatti dato sapere quando i soldi saranno resi. Viceversa, per chi non riesce a regolarizzare la propria posizione con l'erario, scattano sequestri anche del 50% sulla busta paga o sulla pensione versata mensilmente nel conto corrente. Si tratta di veri e propri pignoramenti che avvengono anche in caso di entrate mensili inferiori ai 1000 euro previsti dalla legge, come recentemente accaduto a un lavoratore greco, autista di scuola privata, il cui stipendio era di appena 540 euro. Rispetto a quanto riportato dalle fonti (vd. Link sotto), sarebbero 50.000 i risparmiatori che avrebbero trovato meno soldi del previsto nei loro conti, proprio nel momento in cui i Greci avrebbero bisogno di far ricorso a tutte le proprie risorse a causa delle politiche di austerity selvaggia condotta dal governo e imposta da BCE, FMI e Commissione Europea.

Inoltre, come se non bastasse, si colpiscono anche le case: l'autorità di Mitilene ha deciso il sequestro della casa a un lavoratore precario che deve al fisco 2200 euro. Chi non riesce a pagare le tasse quindi, potrebbe vedersi portare via la propria abitazione dalle banche e dallo stato. Se non è una dittatura finanziaria questa, come vogliamo chiamarla?

fonte: Teste Libere

martedì 22 ottobre 2013

MILIONI DI FRANCESI INTERCETTATI DAGLI USA

"Ora l'ambasciatore americano dovrà dare spiegazioni". Il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius, arrivando al Consiglio Esteri Ue che si tiene oggi a Lussemburgo, ha infatti annunciato che il diplomatico statunitense si "recherà stamattina al Quai d'Orsay" per dar conto delle rivelazioni pubblicate da Le Monde sulle intercettazioni dei servizi segreti americani di telefonate francesi.


Milioni di telefonate intercettate

Si apre dunque un altro capitolo della complessa vicenda ribatezzata Datagate. L'agenzia statunitense di controspionaggio, secondo il quotidiano francese che cita documenti dall'ex consulente Edward Snowden, avrebbe intercettato in modo massiccio le comunicazioni telefoniche dei cittadini francesi. Su un periodo di 30 giorni, dal 10 dicembre 2012 all'8 gennaio 2013,70,3 milioni di registrazioni di telefonate francesi sono state eseguiti dalla Nsa, precisa il sito web Lemonde.fr.

Le rivelazioni di Le Monde

"Il futuro spiegherà forse, un giorno, perché Parigi è rimasta così discreta, rispetto a Berlino o Rio, dopo le rivelazioni sui programmi di spionaggio elettronico americano nel mondo", si legge sul quotidiano francese. "Perché la Francia è stata altrettanto coinvolta e dispone di prove tangibili del fatto che i suoi interessi sono quotidianamente presi di mira", spiega l'articolo co-firmato dal giornalista di Le Monde Jacques Follorou e da Glenn Greenwald, l'ex columnist del Guardian che per primo ha pubblicato le rivelazioni di Edward Snowden.

Come Nsa avrebbe intercettato le telefonate

La Nsa, scrive il sito di Le Monde, "dispone di diversi modi di raccolta. Quando certi numeri di telefono vengono usati in Francia, questi attivano un segnale che fa scattare automaticamente la registrazione di alcune conversazioni. Questa sorveglianza recupera anche gli sms e il loro contenuto in base a parole-chiave".

Chi è stato intercettato

I documenti in possesso del quotidiano francese "forniscono sufficienti spiegazioni da far pensare che gli obiettivi della Nsa riguardano sia persone sospettate di legami con il terrorismo che individui presi di mira per la loro semplice appartenenza al mondo degli affari, della politica o dell'amministrazione francese".

Il ministro degli interni francese: scioccante, chiederemo spiegazioni

Le informazioni secondo le quali l'Agenzia di sicurezza nazionale americana (Nsa) ha intercettato le comunicazioni telefoniche dei francesi sono "scioccanti" e "richiederanno delle spiegazioni", ha detto il ministro degli interni francese, Manuel Valls. "Con le nuove tecnologie della comunicazione - ha sottolineato - servono regole, questo riguarda tutti i paesi. Se un paese amico, un alleato, spia la Francia o spia altri paesi europei, è del tutto inaccettabile".
(RaiNews24)

REFERENDUM: SAN MARINO RIMANE FUORI DALLA UE

Alla fine ha avuto la meglio l’astensione, e chi non è andato a votare – per disinteresse o perché contrario – ha deciso che la piccola Repubblica di San Marino, incastonata tra Emilia e Marche, rimanga fuori da un’Unione Europea che non appare più come la panacea ditutti i mali come accadeva solo qualche anno fa. Sembrano assai lontani i tempi in cui l’Italia era al top delle classifiche continentali sul tasso di euro entusiasmo. Ma questo succedeva prima che la Banca Centrale Europea e la Commissione Europea, insieme al Fondo Monetario internazionale, iniziassero a macinare diritti e salari, ad imporre sacrifici a senso unico, a commissariare i singoli governi in nome di un’austerity pagata solo dalle classi popolari. 

A San Marino certo non hanno i problemi della Grecia o del Portogallo, ma l’idea di aderire all’UE non deve essere piaciuta molto se il tasso di partecipazione al referendum di ieri non ha raggiunto neanche un quorum bassissimo, il 32%, che rendesse validi i due quesiti sui quali sono stati chiamati ad esprimersi i cittadini residenti nella piccola enclave ed anche quelli residenti fuori. 
Il referendum chiedeva un ‘sì’ o un ‘no’ all’avvio della procedura di adesione all’Unione europea e alla rivalutazione delle retribuzioni dei lavoratori dipendenti. Il boicottaggio del primo quesito purtroppo ha trascinato nel fallimento anche il secondo, probabilmente accoppiato all'altro come specchietto per le allodole.
Nel primo caso le preferenze, sulla base dei voti validi, si sono quasi equivalse: i ‘sì’ sono stati 6.733 (50,28%, 3.924 voti mancanti al quorum di 10.657), i ‘no 6.657 (49,72%). Più netti i risultati per il secondo quesito, chiamato ‘referendum salva stipendi‘: 10.025 ‘sì’ (73,12%, ne occorrevano altri 632 per raggiungere il quorum) e 3.685 ‘no’ (26,88%). I votanti – i seggi sono stati aperti dalle 7 alle 20 – sono stati 14.446, il 43,38% dei 33.303 iscritti: ha votato, nel dettaglio, il 62,86% dei sammarinesi ‘interni’ (13.847 su 22.029) e solo il 5,31% degli ‘esterì (599 su 11.274).

Durante un’accesa campagna elettorale a favore del ‘si’ si erano schierati il Partito Socialista, la Sinistra unita, l’Unione per la Repubblica; mentre per il “no” “Noi sanmarinesi” e il movimento “Rete”, insieme alla Lega Nord che pur non essendo presente nel panorama politico locale ha sguinzagliato il suo deputato Gianluca Pini. I democristiani, la principale forza politica della Repubblica, avevano di fatto evitato di prendere posizione. 
La sinistra ha sbagliato di nuovo obiettivo e campo, ed è stata sconfitta, lasciando strumentalizzare alla destra la legittima campagna contro l'adesione ad un superstato controllato dagli interessi di una borghesia sempre più vorace e invadente. Complimenti!

fonte: Contropiano

lunedì 21 ottobre 2013

ACCORDO DI LIBERO SCAMBIO SEGRETO TRA UE E CANADA

In un clima di totale segretezza, il Presidente della Commissione Europea, Manuel Barroso, firma oggi, 18 ottobre, con il primo ministro canadese Stephen Harper l’accordo di libero scambio tra Europa e Canada, Comprehensive Economic and Trade Agreement (CETA). La notizia è stata diffusa da fonti canadesi, mentre sul versante europeo non si trova traccia preventiva dell’avvenimento né sui siti ufficiali dell’Unione Europea, né sui mezzi di informazione.


Del resto, come hanno denunciato fin dall’inizio la Confederazione Europea dei Sindacati (CES) e la confederazione sindacale canadese CLC, la segretezza e la mancanza di coinvolgimento degli attori sociali – salvo le ben note imprese multinazionali – ha caratterizzato gli oltre due anni di negoziati “riservati”.

Mentre alcune fonti parlamentari segnalano l’impossibilità, per il Parlamento Europeo, di poter esprimere il suo voto – sulla base del Trattato di Lisbona – entro questa legislatura, resta la gravità della sottoscrizione di una trattato che, fin dall’inizio del negoziato, ha destato gravi preoccupazioni dei sindacati e della società civile soprattutto in materia di servizi pubblici e di libertà degli investimenti esteri.

Per i primi, è forte il rischio che il CETA apra completamente alla liberalizzazione dei servizi pubblici locali (inclusi quelli essenziali, come l’acqua), per i secondi, la probabile inserzione di un meccanismo di disputa “investitori contro stato” metterebbe i governi in condizioni di subalternità agli interessi delle multinazionali e negherebbe la richiesta, venuta dai sindacati e dallo stesso Parlamento Europeo, di mantenere gli attuali meccanismi di disputa tra stati e i sistemi giudiziari in vigore per le controversie legali.

Nè è dato sapere se siano stati recepite le richieste del pieno rispetto delle norme internazionali sul lavoro, dei diritti di contrattazione, delle norme ambientali che troppo spesso gli accordi di libero commercio intendono aggirare, in nome della libertà di investimento e di circolazione dei capitali.

La segretezza della trattativa e il mancato coinvolgimento dei sindacati e della società civile lasciano purtroppo intendere che non vi sia molto di positivo in tutti questi ambiti. La CGIL sosterrà tutte le iniziative già annunciate dalla CES perchè la Commissione renda conto del suo operato e il Parlamento Europeo prenda una chiara posizione contro il CETA se verranno confermati i timori relativi alla liberalizzazione dei servizi pubblici, alla riduzione dello spazio di decisione politica dei governi, al mancato rispetto dei diritti sul lavoro, sociali e ambientali.

Leopoldo Tartaglia – Uff. Politiche Globali Cgil

domenica 20 ottobre 2013

LA RUSSIA HA STANZIATO 660 MLD DI DOLLARI PER PREPARARSI ALLA GUERRA

Venerdì 27 settembre (2013) il ministro della Difesa russo, Sergey Shoygu, ha chiesto all’industria privata e a quella controllata dallo Stato di sostenere le tre componenti militari russe in caso di conflitto.


Secondo quanto riferito dalla stampa, società quali Gazprom, LUKoil e Rosneft devono essere pronte a soddisfare le richieste emanate dal sistema di Difesa, producendo e stoccando in anticipo le quantità di carburante destinate alle unità di Forza Armata.

Nel piano di preparazione alla guerra rientrano anche le società di trasporto e i produttori di energia, come l’azienda ferroviaria RZD e quella idroelettrica RisHydro. 

Il ministro, Shoygu, generale dell’esercito, ha inoltre parlato della costruzione di un Centro Nazionale di Difesa che dovrà sorgere a Mosca e che in caso di guerra assumerà le funzioni di quartier generale del Comando Supremo. Il Centro avrà il compito di monitorare l’intero territorio nazionale, coordinando le attività operative delle tre forze armate, delle unità di reazione rapida e delle componenti navali, aeree e terrestri che costituiscono l’arsenale nucleare russo.

La Russia sta imprimendo una notevole accelerazione al processo di modernizzazione e riorganizzazione delle Forze Armate, con uno stanziamento che entro il 2020 toccherà la cifra record di oltre 660 miliardi di dollari.

Per l’Aeronautica Militare il ministero della Difesa ha previsto l’aggiornamento di tutte linee di volo ritenute strategiche e l’acquisizione di 1.500 nuovi velivoli: 350-400 caccia, 100 aerei da trasporto, 140 da addestramento e 800-900 tra elicotteri e droni; per l’Esercito, che nell’arco di qualche anno disporrà di una componente missilistica tattico-strategica distribuita in tutto il territorio (RS-24 Yars, Bulava e Iskander M), sono in cantiere 750 nuovi mezzi pesanti e corazzati ed è già in programma un piano di ristrutturazione che prevede la creazione di un parco tank fatto di soli T-72 e T-90.

Infine, mentre le cinque Flotte della Marina Militare sono attesa di ricevere 24 sottomarini e 54 unità di superficie, per la difesa aerea è prevista in una rete missilistica distribuita lungo tutti i confini nazionali, sistemi d’arma a lunga, media e corta gittata composti da batterie S-350E Vityaz, S-400 Triunf e S-500 Samoderzhets.

giovedì 17 ottobre 2013

ISRAELE E L'ATOMICA DEMOCRATICA

Intervistato dal Corriere, Yuli-Yoel Edelstein, portavoce del Parlamento israeliano, ha affermato: “Quando si parla dei diritti dell’Iran ad avere un’industria nucleare, sento dire da ogni parte: ma voi israeliani non avete firmato questa convenzione (Il Trattato di non proliferazione nucleare, ndr). Francamente un paragone che non regge. Vista la storia del regime iraniano è come se un serial killer dicesse: ‘Che c’è di strano se porto una pistola?’. Ci sono Paesi democratici e affidabili e Paesi che non lo sono”. 


L'Iran degli ayatollah non ha mai aggredito nessuno, caso mai è stato aggredito, dall'Iraq del dittatore Saddam Hussein e in quell'occasione “i Paesi democratici e affidabili”, Stati Uniti in testa, appoggiarono non l’aggredito ma l’aggressore fornendogli anche le armi chimiche che Saddam usò a man bassa (100 mila morti) sui soldati iraniani (mentre Khomeini proibì l'utilizzo di queste armi perché contrarie alla morale del Corano) e in seguito sui curdi (Halabya, 1989, tutti i 5000 abitanti di quel villaggio ‘gasati’ con la complicità occidentale). Non è neanche vero che “i Paesi democratici e affidabili” siano sempre pacifisti e quelli dittatoriali sempre guerrafondai. Per esempio tutte le dittature sudamericane sono state tendenzialmente pacifiste. Ma per restare alla storia più recente sono “i Paesi democratici e affidabili”, sempre con gli Stati Uniti in testa, a essere costantemente all'attacco. Hanno aggredito nel 1999 la Serbia per una questione che non li riguardava affatto. Nel 2001 hanno invaso e occupato l'Afghanistan e ancora si ostinano a occuparlo anche se se ne stanno per uscire sconfitti nonostante la loro schiacciante superiorità tecnologica. 

NEL 2003 hanno invaso e occupato l'Iraq, con una motivazione inesistente, provocando dai 650 ai 750 mila morti e, ora che se ne sono andati, una feroce guerra civile fra sunniti e sciiti che causa decine e a volte centinaia di vittime al giorno. Nel 2006/2007 hanno aggredito, per interposta Etiopia, la Somalia che con le Corti islamiche, che avevano sconfitto ‘i signori della guerra’ locali, aveva trovato almeno un po’ d'ordine, hanno imposto un governo fantoccio a Mogadiscio, provocando così un'inevitabile guerra civile le cui conseguenze si rovesciano anche sulle nostre coste (e per le quali si grida ‘orrore’ e ‘vergogna’ senza però analizzarne mai le vere cause). Nel 2011 hanno aggredito la Libia provocando altri sconquassi. Adesso che gli iraniani si mostrano molto disponibili sul nucleare civile, che è un loro sacrosanto diritto, gli israeliani, che hanno l'Atomica e che non avendo sottoscritto il Trattato non hanno l'obbligo di sottoporsi a nessuna verifica (del resto loro sono “democratici e affidabili”) fanno il muso duro. Ciò che vorrebbero è puramente e semplicemente che l'Iran non arricchisse l'uranio, nemmeno al 20% che è la soglia minima e massima per ottenere il nucleare civile, insomma che rinuncino in toto al loro programma. Motivazione: che bisogno hanno gli iraniani del nucleare quando hanno già il petrolio? 

La BP ha calcolato che entro il 2050 il sottosuolo petrolifero sarà esaurito. Ma a parte questo avrà o no un Paese il diritto di diversificare le proprie fonti di energia o deve chiedere il permesso a Tel Aviv? 
In realtà uno dei principali pericoli alla pace del mondo viene proprio dal “democratico e affidabile” Israele con i suoi missili (atomici) pronti a partire dal deserto del Negev e con i suoi piani, mai negati, anzi esibiti come minaccia, di colpire i siti nucleari iraniani con ‘atomiche tattiche’ (come un'Atomica, cioè una reazione nucleare a catena, possa essere ‘tattica’ qualcuno me lo dovrebbe spiegare). 

Massimo Fini
Fonte: www.ilfattoquotidiano.it

martedì 15 ottobre 2013

RUSSIA, SIRIA E IL DECLINO DELL'EGEMONIA AMERICANA

Prima le buone notizie. L’egemonia Americana è al termine. Il bullo prepotente è stato soggiogato. Abbiamo raggiunto il Capo di Buona Speranza, simbolicamente parlando, nel Settembre del 2013. Con la crisi in Siria, il mondo ha preso una svolta storica nell’era moderna. E’ stata un’azione rapida, rischiosa tanto quanto la crisi dei missili a Cuba nel 1962. Le probabilità di un conflitto mondiale erano alte, con America e Eurasia che tentavano di avere la meglio nel Mediterraneo orientale. Ci vorrà del tempo prima di poterci rendere davvero conto di quello che abbiamo passato: è normale, quando avvengono fatti così importanti.


I disordini negli Stati Uniti, dall’inseguimento della macchina impazzita nel D.C. fino alla chiusura del governo federale e alla probabile e conseguente crisi d’indebitamento, sono le dirette conseguenze di quell’evento.
Ricordate il Muro di Berlino? Quando è crollato, io ero a Mosca, scrivevo per Haaretz. Andai ad una conferenza stampa con dei membri del Politburo al President Hotel, e chiesi loro se fossero d’accordo con me sul fatto che eravamo vicini alla fine dell’URSS e dei sistemi socialisti. Mi risero in faccia. Fu un momento piuttosto imbarazzante. “Oh no” dissero. “Dopo la caduta del Muro il socialismo rifiorirà”. Due anni dopo, crolla l’URSS. Ora la nostra memoria ha compattato quegli anni in una breve sequenza temporale, ma in realtà ci volle del tempo.

L’evento più drammatico del Settembre 2013 è stato quel mezzogiorno di fuoco davanti alla costa Levantina, con cinque missili Tomahawk Americani puntati dritti verso Damasco – con una flotta Russa di undici navi guidate dalla portaerei-killer Moskva supportata da navi da guerra cinesi. Pare che due missili sono davvero stati lanciati verso la costa siriana, ma entrambi hanno mancato il bersaglio.
Un giornale libanese che citava fonti diplomatiche ha scritto che i missili sono stati lanciati da una base aerea NATO in Spagna e che sono stati abbattuti da un sistema di difesa mare-terra a bordo di una nave Russa. Secondo un’altra spiegazione proposta dall’Asia Times, i Russi hanno usato i loro semplici ma efficaci disturbatori GPS per neutralizzare i costosi Tomahawk, disorientandoli e causandone l’errore balistico. C’e’ poi un’ulteriore versione dei fatti che attribuisce il lancio dei missili agli Israeliani, sia che stessero realmente tentando di scatenare un conflitto, sia che si fossero un attimo distratti mentre guardavano le nuvole, come dicono. 

Quale che ne sia il motivo, dopo questo strano incidente, le attese sparatorie non sono iniziate, Obama ha indietreggiato, rimettendo le pistole nel fodero. All’alba di questo avvenimento c’e’ stato poi l’inatteso voto nel Parlamento Britannico. Questo venerabile organo della monarchia inglese ha declinato l’invito degli U.S.A. a unirsi all’attacco. E’ la prima volta in duecento anni di storia che il Parlamento Britannico rifiuta una seria proposta di prendere parte ad un conflitto armato; normalmente i britannici non resistono alla tentazione. 
Dopo di questo, il Presidente Obama ha deciso di passare la patata bollente al Congresso. Non aveva nessuna voglia di dare il via all’Armageddon da solo. L’azione si è quindi interrotta. Il Congresso non ha voluto entrare in una guerra senza conseguenze prevedibili. Al G20 di S. Pietroburgo Obama ha poi tentato di intimorire Putin, ma senza alcun successo. Grazie alla proposta Russa di rimuovere le armi chimiche siriane, Obama ha salvato la faccia. Tutta questa disavventura ha inferto un colpo magistrale all’egemonia, alla supremazia e all’eccezionalità degli U.S.A. E’ così finita l’era del Manifest Destiny (n.d.t.: slogan iniziato nella metà dell’800, secondo il quale era nel naturale destino e la naturale missione degli USA espandersi in tutto il Nord America, fino al Messico). Lo abbiamo imparato bene da Hollywood: l’eroe non indietreggia mai, va là fuori e spara. Se ripone le sue pistole nel fodero, non è un eroe: è un vigliacco che ha paura.
Dopo, è successo tutto rapidamente. Il Presidente Americano ha avuto un colloquio con il nuovo presidente iraniano, con grande disappunto di Tel Aviv. Il Libero Esercito Siriano ha deciso di parlare con Assad, dopo due anni di duro conflitto con lui, e la loro delegazione è giunta a Damasco, lasciando gli islamisti estremisti a bocca asciutta. L’alleato e sostenitore Qatar sta franando su se stesso. La chiusura del governo federale e la possibile conseguenza dei debiti hanno dato agli Americani una cosa di cui preoccuparsi seriamente. Con la fine dell’egemonia statunitense, i giorni del dollaro come valuta delle riserve mondiali sono contati.

Se la Terza Guerra Mondiale stava quasi per scoppiare, dobbiamo dire grazie ai banchieri. Hanno troppi debiti, compreso l’insostenibile debito estero degli Stati Uniti. Se quei Tomahawk fossero volati, i banchieri si sarebbero appellati alla causa di forza maggiore e non avrebbero più onorato il debito. Milioni di persone sarebbero morte, ma miliardi e miliardi di dollari si sarebbero salvati nei caveau di JP Morgan and Goldman Sachs. In Settembre scorso il mondo ha sfiorato una gravissima tragedia e l’ha superata, dopo che Obama ha deciso di non darla vinta ai banchieri. Forse il Premio Nobel se lo meritava, dopo tutto. 

Il prossimo futuro è carico di problemi, ma nessuno di questi è fatale. Gli Stati Uniti perderanno i loro diritti di emissione come fonte di reddito. Il dollaro Americano non sarà più la valuta mondiale per le riserve anche se resterà la valuta del Nord America. Altre parti del mondo ricorreranno ai loro euro, ai loro yuan, ai loro bolivar o al dinaro. La spesa militare statunitense tornerà a livelli normali e la conseguente eliminazione di basi e armamenti oltremare consentirà al popolo Americano una transizione quasi indolore. Nessuno vorrà più star dietro all’America; il mondo si sarà stancato di vederli scorrazzare in giro con le armi puntate. Gli Stati Uniti dovranno trovare delle nuove occupazioni per tantissimi banchieri, carcerieri, militari e anche politici. Mentre ero a Mosca durante la crisi, osservavo questi sviluppi attraverso gli occhi dei Russi. Putin e la Russia sono stati a lungo sotto forte pressione.

* Gli Stati Uniti hanno sostenuto e finanziato l’opposizione liberale e nazionalista Russa; le elezioni nazionali in Russia sono state fatte apparire come una truffa. Il Governo Russo ne è risultato in qualche modo delegittimato.

* La legge Magnitsky del Congresso Americano ha dato facoltà alle autorità Americane di arrestare ed espropriare i beni di qualsiasi Russo che ritenevano non proprio “giusto”, senza ricorrere alla magistratura.

*Alcuni beni demaniali dello Stato Russo sono stati espropriati a Cipro, dove le banche erano nei guai.

* A Mosca, gli Stati Uniti hanno incoraggiato le Pussy Riot, le manifestazioni dei gay, ecc., allo scopo di promuovere tra i media occidentali e delle oligarchie Russe un’immagine di Putin come un dittatore, nemico della libertà e anti-gay. 

* Il sostegno Russo alla Siria è stato duramente criticato, ridicolizzato e fatto apparire come un brutale atto disumano. Allo stesso tempo, alcuni personaggi di punta dei media occidentali hanno detto che sicuramente la avrebbe rinunciato, prima o poi, alla Siria.

Come ho scritto in precedenza, la Russia non aveva alcuna intenzione di abbandonare la Siria, per diversi motivi: era un alleato; i Cristiani Ortodossi in Siria avevano fiducia nella Russia; in termini geopolitici, il conflitto si stava avvicinando troppo ai confini Russi; ma la prima ragione era che la Russia era stufa di vedere l’America fare sempre la parte del primo della classe. I Russi hanno ritenuto che una decisione così importante doveva essere presa dalla comunità internazionale, ovvero dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Uniti. Non gradivano per niente il ruolo di arbitri del mondo che avevano assunto gli Stati Uniti. 
Negli anni ’90, la Russia era molto debole e non poteva oggettivamente obiettare alcunchè; fu dura per lei quando assistette al bombardamento della Yugoslavia e quando le truppe NATO irruppero ad est infrangendo la promessa fatta a Gorbaciov. La tragedia in Libia è stato un altro passo cruciale. Quell’infelice paese è stato bombardato dalla NATO e infine disintegrato. Dal prospero paese africano che era una volta, ora è diventato uno dei più afflitti. La presenza della Russia in Libia era piuttosto limitata, nonostante questo la Russia in quel paese ha visto sfumare diversi suoi investimenti. La Russia si è astenuta dal voto in Libia, poichè quella era la posizione presa dall’allora presidente Dmitry Medvedev, che riteneva preferibile giocare un po’ “a palla” con gli occidentali. Ma per nessun motivo ora Putin avrebbe mai abbandonato la Siria a quello stesso destino.

La ribellione Russa all’egemonia Americana è iniziata a Giugno quando il volo dell’Aeroflot da Pechino che portava Ed Snowden è atterrato a Mosca. Gli Americani le hanno tentate davvero tutte per riaverlo. Hanno sguinzagliato tutta la gamma dei loro migliori agenti in Russia. Sono state poche le voci, e tra queste poche anche la mia, che hanno chiesto alla Russia di dare a Snowden un giusto rifugio. Ma queste poche e flebili voci hanno prevalso alla fine: Mosca ha concesso asilo a Snowden.

L’altro passo è stata l’escalation in Siria. Non intendo entrare nei dettagli e nel merito dell’attacco con le armi chimiche. Secondo la Russia, non c’erano e non ci potevano essere motivi per gli Stati Uniti di agire unilateralmente in Siria o in alcun altro paese del mondo. In un certo modo, i Russi hanno rimesso la Legge delle Nazioni al suo giusto posto. Il mondo ora è diventato un posto migliore e più sicuro. 

Tutto questo non sarebbe stato possibile senza il sostegno della Cina. Il gigante Asiatico vede la Russia come sua “sorella maggiore” e si affida alla sua capacità di trattare con gli “occhi a palla” (occidentali). I Cinesi, nel loro tipico modo silenzioso e senza pregiudizi, hanno dato ascolto a Putin. Hanno trasferito Snowden a Mosca. Hanno posto il loro veto ad ogni provvedimento anti-siriano nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Uniti, e hanno inviato le loro corazzate nel Mediterraneo. Ecco perché Putin è rimasto saldo nelle sue posizioni. Agiva non solo per sé ma per tutta l’Eurasia.

Nella vicenda siriana ci sono stati diversi momenti di forti emozioni e di fiato sospeso, tanti da riempire dei volumi. Uno di questi è stato quel primo tentativo di mettere a tacere Putin nel G8 in Irlanda. Putin stava per incontrare tutto il fronte occidentale unito e schierato, ma è riuscito tuttavia a portarsene alcuni dalla sua parte e gettando i semi del dubbio nell’animo di altri, ricordandogli quel comandante dei ribelli siriano, sanguinario e cannibale. (http://dcclothesline.com/2013/05/18/muslim-cannibalism-syrian-rebel-cuts-out-eats-enemys-heart/- ndt) Poi è giunta la proposta di rimozione di tutte le armi chimiche in Siria. La risoluzione del CSNU (Consiglio di Sicurezza dell’ONU) ha bloccato la possibilità di attaccare la Siria facendo appello al Capitolo 7. 

Miracolosamente, in questo tiro alla fune bellico, i Russi hanno avuto la meglio. Le alternative sarebbero state tremende: la Siria sarebbe stata distrutta come la Libia; sarebbe stato poi inevitabile un attacco Israeliano/Americano; i Cristiani d’Oriente avrebbero perso la loro culla; l’Europa sarebbe stata invasa di milioni di rifugiati; la Russia sarebbe apparsa come potenza inutile, tante parole e niente fatti, irrilevante come la Bolivia, un paesi in cui l’aereo del Presidente può essere fatto atterrare ed essere perquisito ogni volta che si vuole. Incapace di difendere i propri alleati, incapace di mantenere le sue posizioni, la Russia si sarebbe ritrovata con una “vittoria morale”, un eufemismo per sconfitta. Tutto quello per cui Putin aveva lavorato per tredici anni, sarebbe sfumato. La Russia sarebbe tornata indietro al 1999, quando Clinton fece bombardare Belgrado.

Il punto più critico dello scontro fu raggiunto nello scambio tra Obama e Putin sull’ “ eccezionalità” . I due non erano i soggetti giusti per quel momento: Putin era infastidito dall’ipocrisia e insincerità che avvertiva in Obama. Uomo partito dal niente per arrivare al top, Putin conserva la sua capacità di parlare apertamente con la gente di qualsiasi estrazione sociale. Il suo modo di parlare a volte può sembrare addirittura brutale. Così ha risposto a un giornalista Francese riguardo al trattamento riservato ai separatisti Ceceni: “Gli estremisti Musulmani (takfiris) sono nemici dei Cristiani, degli atei e anche dei Musulmani stessi, poiché credono che l’Islamismo tradizionale sia un nemico per gli obiettivi che si sono posti. E se volete diventare amici di un islamisti radicale o volete farvi circoncidere, siete miei ospiti a Mosca. Siamo un paese multi-religioso e abbiamo esperti che sanno fare di tutto. E consiglierò loro di effettuare l’intervento alla perfezione, in modo che niente potrà mai più ricrescerci sopra”.

Un altro esempio della sua candida e scioccante dialettica lo abbiamo avuto a Valdai, quando ha replicato alla giornalista della BBC, Bridget Kendall. 
Lei domandò: “Le minacce di un attacco militare statunitense hanno avuto un ruolo determinante nel fatto che la Siria ha accettato di mettere le sue armi sotto controllo?”. 
E lui ha risposto: “La Siria si è dotata di armi chimiche come alternativa all’arsenale nucleare d’Israele”. Ha fatto appello al disarmo nucleare d’Israele e ha invocato il nome di Mordecai Vanunu come esempio di scienziato israeliano che si oppone alle armi nucleari. (La mia intervista a Vanunu è stata recentemente pubblicata in un importante quotidiano Russo, ricevendo notevole attenzione).

Putin ha tentato di parlare amichevolmente con Obama. Sappiamo del loro scambio da una registrazione trapelata sulla conversazione confidenziale tra Putin e Netanyahu. Putin ha chiamato l’Americano e gli ha chiesto: “Che pensi della Siria?” E Obama ha risposto: “Sono preoccupato che il regime di Assad non osservi i diritti umani”. A Putin sarà quasi venuto da vomitare di fronte alla sconcertante ipocrisia di quella risposta. La interpretò come un rifiuto di Obama di parlare con lui “faccia a faccia”.

Di fronte all’irrigidimento della Siria, Obama ha fatto appello al mondo nel nome dell’eccezionalità Americana. La politica Americana “è proprio ciò che rende gli Stati Uniti eccezionali, ha detto. Putin ha risposto: “E’ estremamente pericoloso incoraggiare la gente a sentirsi “eccezionali”. Siamo tutti diversi, ma quando chiediamo la benedizione dall’alto, non dobbiamo dimenticare che Dio ci ha creati tutti uguali.” Era una precisazione non solo ideologica, ma anche teologica.

Come ho detto diverse volte e in diverse occasioni, gli Stati Uniti si fondano sulla teologia giudaica dell’Eccezionalità, di essere i Prescelti. E’ il paese del Vecchio Testamento. Questa è la ragione principale dello speciale rapporto che esiste tra gli Stati Uniti ed Israele. L’Europa sta attraversando una fase di apostasia e di rifiuto della figura di Cristo, mentre la Russia è profondamente cristiana. Le sue chiese sono piene, le persone usano benedirsi l’un l’altro nel tempo di Natale e di Pasqua, invece di vivere lunghi tempi “ordinari”. Oggi è la Russia il paese del Nuovo Testamento. E alla base della cristianità c’e’ proprio il rifuto dell’eccezionalità e dell’essere i “prescelti”.

Per questo motivo, mentre gli ebrei statunitensi hanno appoggiato il conflitto, condannato Assad e sollecitato l’intervento Americano. La comunità Ebraica in Russia, benchè numerosa, ricca ed influente, non ha sostenuto i ribelli siriani, ma si è unita allo sforzo di Putin di mantenere la pace in Siria. Idem per la comunità Ebraica in Iran, che ha appoggiato il governo legittimo siriano. Sembra che i paesi guidati da una chiesa forte e ben radicata sono immuni alle influenze distruttive delle lobby; mentre quelli in cui manca la presenza forte di una chiesa – come gli Stati Uniti e/o la Francia – cedono facilmente a queste influenze e adottano l’interventismo illegale come fosse la normalità. 

Mentre assistiamo al declino dell’egemonia statunitense, davanti a noi abbiamo un futuro incerto. La forza militare statunitense potrebbe ancora creare disastri: la bestia ferita è anche la più pericolosa. Gli Americani potrebbero ascoltare il Senatore Ron Paul che sollecita l’abbandono delle basi militari all’estero e il taglio alla spesa bellica. Le norme di diritto internazionale e di sovranità di tutti gli stati vanno osservate. Il mondo potrà ancora amare l’America quando questa smetterà di fare il bullo spaccone. Non sarà facile, ma abbiamo già trattato per raggiungere il Capo e con esso la Buona Speranza. 

Israel Shamir è uno scrittore ebreo Russo molto acclamato e rispettato. Ha scritto e tradotto in Russo molti lavori di Joyce e di Omero. Vive a Jaffa, è un Cristiano e un critico convinto di Israele e del Sionismo.Lo si può raggiungere a questo indirizzo: adam@israelshamir.net

Fonte: www.counterpunch.org