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martedì 5 novembre 2013

L'EMILIA ROMAGNA STA SPROFONDANDO

Ha suscitato molto interesse l’articolo “L’ Emilia Romagna rischi di sprofondare a causa dell’estrazione di idrocarburi?” che greenreport.it ha pubblicato ieri, dando conto dell’interrogazione presentata da Andrea Zanoni al Parlamento europeo. L’interrogazione dell’europarlamentare italiano si basa sui dati del “Dossier idrocarburi dell’Emilia-Romagna” di Legambiente, ma cosa dice quel documento presentato poco più di un mese fa?


Il dossier di Legambiente presenta prima di tutto le cifre dell’attività estrattiva: «In quasi tutte le province dell’Emilia-Romagna sono tuttora presenti richieste di indagini o sfruttamento e negli ultimi anni si è registrato un intensificarsi delle domande. L’Emilia-Romagna ha una superficie territoriale complessiva di 22.122 Km2: di questi poco più di 7mila Km2 (pari al 33% del totale) sono interessati da 35 permessi di ricerca e 1774,5 (pari al 9% del totale) sono interessati dalle 37 concessioni di coltivazione (cioè di estrazione di idrocarburi) attive. Una superficie destinata ad aumentare. Infatti ci sono altri 12 richieste per ulteriori permessi di ricerca che interesserebbero 5.547 Km². In altre parole, se tutte le richieste venissero autorizzate, oltre metà del territorio regionale (e la quasi totalità della pianura) verrebbero interessate da progetti di ricerca».

Il petrolio viene estratto solo in due siti, nel resto dei pozzi si estrae gas e il dossier ambientalista sottolinea che «La produzione, in aumento negli ultimi anni, nel 2012 ha raggiunto i 290milioni di metri cubi standard (Sm3) dai 210 pozzi produttivi, oltre il 12% delle riserve certe di gas per tutta l’Italia centrale. Dati che evidenziano la brevità nel tempo di possibilità di sfruttare gli idrocarburi e di conseguenza anche dello sviluppo economico e occupazionale legato a questa scelta».

Le conseguenze ambientali sono rilevanti, compresa la subsidenza, cioè l’abbassamento del suolo ed il Cigno Verde emiliano-romagnolo avverte: «Anche se l’estrazione di idrocarburi non è l’unica causa di tale fenomeno, resta un fattore di cui tener conto nel rilascio delle autorizzazioni alle compagnie estrattive. I dati dei monitoraggi Arpa evidenziano come le conseguenze più rilevanti si registrano poi sulla fascia costiera regionale che negli ultimi 55 anni si è abbassata di 70 cm a Rimini e di oltre un metro da Cesenatico al delta del Po. In generale l’area del territorio bolognese è oggi la più colpita dal fenomeno con una vasta porzione della provincia (circa 600 km²), con abbassamenti medi intorno a 20 mm/anno, in particolare si distinguono alcune zone di massimo sprofondamento (oltre 3 cm/anno)».

Negli ultimi anni in Emilia Romagna la popolazione è sempre più preoccupata per l’assetto del territorio e il possibile impatto delle trivellazioni di gas e petrolio. «Oggi più che mai – dicono gli ambientalisti – è quindi necessario uno sviluppo del territorio regionale, compatibile con l’ambiente e il paesaggio e soprattutto basato su un reale coinvolgimento attivo della popolazione, che al momento ancora non avviene, nonostante le molte richieste che vengono presentate sui territori. Occorre porsi la domanda: Il gioco vale la candela?»

Lorenzo Frattini, presidente di Legambiente Emilia-Romagna, ha detto:.«Riteniamo prioritario che la Regione si attivi per tutelare il territorio da rischi certi, come la subsidenza, e potenziali, per favorire uno sviluppo regionale compatibile con la sua integrità, un corretto uso del territorio e delle risorse economiche, e soprattutto un coinvolgimento attivo della popolazione nelle scelte che condizioneranno la loro vita nei decenni a venire, anche sulla base del principio di precauzione. Occorre vietare le attività di estrazione o stoccaggio di idrocarburi nelle aree non idonee ad ospitarle e fornire un quadro di regole chiare e una valutazione a livello regionale di queste attività. Se il gas rappresenta una scelta di transizione ancora necessaria, sicuramente meno impattante del carbone, proposto anche per la vicina centrale di Porto Tolle sul delta del Po, è necessario anche iniziare a fissare una road map di progressiva riduzione della dipendenza dagli idrocarburi, ed in questa direzione appare fortemente discutibile il rilancio dell’attività di estrazione di idrocarburi in Emilia-Romagna. Oggi bisogna invece puntare con forza sugli interventi di efficienza energetica e sulle fonti energetiche pulite in modo che, sul versante della produzione di energia elettrica, la crescita del settore delle rinnovabili possa ragionevolmente portare a chiedere che vengano spente alcune delle centrali ad idrocarburi della nostra regione, in nome dell’uscita dalle energie fossili che da tempo auspichiamo per il nostro Paese».

Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente nazionale, sottolinea che «Legambiente si è occupata più volte delle estrazioni di idrocarburi in mare e sul territorio italiano, mettendo in luce i rischi connessi alla nuova strategia energetica nazionale (Sen) approvata nel marzo 2013. Si pone l’obiettivo di incrementare l’estrazione di idrocarburi dal mare e dal territorio italiani portando il loro contributo dal 7 al 14% del fabbisogno energetico, aumentando da qui al 2020 l’attuale produzione di gas del 46% e di petrolio addirittura del 148%. Una scelta assolutamente insensata. Infatti le risorse certe di idrocarburi coprirebbero il fabbisogno nazionale di poco più di un anno per il petrolio e di soli 9 mesi per il gas. Uno sviluppo economico e occupazionale che avrà vita molto breve rispetto ad una politica energetica basata su fonti rinnovabili, risparmio ed efficienza che garantirebbe invece il vero futuro per il nostro Paese».

A partire da questi dati, il cIgno Verde ha avanzato una serie di richieste alla politica regionale e nazionale:

- vietare le attività di estrazione o stoccaggio di idrocarburi nelle aree non idonee ad ospitarle, a partire da quelle a rischio subsidenza o soggette a grave rischio sismico. Occorre dare attuazione alle risoluzioni che in tal senso sono state prese dal Consiglio Regionale, a luglio 2013 e nel 2011. In questa direzione va la delibera “Stop a nuove estrazioni nelle aree terremotate”, approvata a fine febbraio 2013 dall’associazione dei Comuni dell’alto ferrarese, colpiti dal terremoto del maggio del 2012, in seguito alla richiesta avanzata dal circolo locale di Legambiente in nome del principio di precauzione.

- superare l’attuale sistema, basato sull’esame di ogni singolo progetto, spesso con processi decisionali riservati, se non nella forma sicuramente nella sostanza, ai soli addetti ai lavori. Le prassi attualmente in atto non sono adeguate a garantire una partecipazione informata della popolazione. Sono necessari processi decisionali che favoriscano una vera partecipazione da parte dei cittadini e soprattutto un’analisi collettiva di rischi e benefici di questo tipo di operazioni;

- attuare una pianificazione regionale delle concessioni minerarie che stabilisca se, dove e come (con quali prescrizioni, quali cautele, quali costi e quali benefici per la collettività) sfruttare le ricchezze del sottosuolo dell’Emilia-Romagna.

- inserire tutto questo nel quadro più ampio delle politiche energetiche regionali, che in modo virtuoso hanno puntato ad alti obiettivi di energie rinnovabili. Se infatti il gas rappresenta una scelta di transizione ancora necessaria, sicuramente meno impattante del carbone (proposto anche per la vicina centrale di Porto Tolle sul delta del Po), occorre anche iniziare a fissare una road map di progressiva riduzione della dipendenza dagli idrocarburi. Oggi occorre invece puntare con forza agli interventi di efficienza energetica (case passive, biometano in rete, geotermia e solare termico dove possibile) e alle fonti energetiche pulite. Sul versante della produzione di energia elettrica, la crescita del settore delle rinnovabili deve portare a chiedere che vengano spente alcune delle centrali ad idrocarburi della nostra regione, in nome dell’uscita dalle energie fossili che da tempo auspichiamo per il nostro Paese.

- portare avanti la richiesta di innalzamento delle royalties da avanzare al governo. Attualmente i livelli dei canoni pagati dalle compagnie sono tra i più bassi al mondo.

.fonte: greenreport.it



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LO IOR CHIEDE AI CORRENTISTI DA DOVE PROVENGA IL DENARO SPORCO

Vatileaks atto secondo. Ecco in esclusiva il questionario che lo Ior sta inviando a tutti i suoi correntisti per conoscere le principali fonti che hanno alimentato la loro posizione presso la banca vaticana. 

Insieme con il modulo una lettera di accompagnamento del presidente dello Ior, Ernst von Freyberg, chiarisce i motivi dell’indagine. Von Freyberg, nominato al vertice della banca vaticana dopo l’annuncio choc delle dimissioni di Benedetto XVI e prima dell’inizio della Sede Vacante del 2013, ricorda ai correntisti dello Ior che in Vaticano, "approvando e condividendo l’impegno della comunità internazionale per prevenire e contrastare il riciclaggio e il finanziamento al terrorismo, è stata introdotta dal 30 dicembre 2010 una specifica normativa che recepisce le raccomandazioni internazionali in materia".

La legge a cui fa riferimento von Freyberg, voluta da Benedetto XVI e dall’allora presidente dello Ior Ettore Gotti Tedeschi, è quella con la quale il Papa tedesco creò l’Aif, l’Autorità di informazione finanziaria della Santa Sede, la cui presidenza, fin dalla nascita dell’organismo, è affidata al cardinale Attilio Nicora, acerrimo avversario dell’ex Segretario di Stato Tarcisio Bertone. Proprio i poteri dell’Aif sono stati recentemente rafforzati da Papa Francesco con il motu proprio dell’8 agosto 2013, con il quale Bergoglio ha introdotto la funzione di vigilanza prudenziale, e con la recente legge vaticana, approvata il 10 ottobre scorso, sulla trasparenza, la vigilanza e l’informazione finanziaria.

Nella sua lettera von Freyberg chiede ai correntisti Ior di "indicare sinteticamente le principali fonti che hanno alimentato la posizione presso l’Istituto" e inviare il modulo per posta, fax o email "congiuntamente a eventuale documentazione di supporto". 











fonte: Il Fatto Quotidiano




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ULTIMATUM DEI MALATI DI SLA: ASCOLTATECI O STACCHEREMO I RESPIRATORI

“Se non vi è bastato vedere come muore un uomo vero, vi concederemo il bis e il ter”. Con queste parole, il Comitato 16 novembre, che si batte per i diritti dei malati di Sla, chiede al governo di ascoltare le richieste degli attivisti. Dell’associazione faceva parte anche Raffaele Pennacchio, il medico affetto dalla malattia morto il 24 ottobre dopo due giorni di mobilitazioni. Nella lettera aperta inviata ai ministri della Salute, dell’Economia e delle Politiche sociali, il segretario del comitato,Salvatore Usala, chiede di cambiare l’ordine del giorno del tavolo tecnico convocato dal governo. Se le richieste dei malati di Sla non saranno ascoltate e la legge di stabilità non conterrà gli interventi invocati, i malati sono pronti a fare uno sciopero della fame e della sete e astaccare i propri respiratori in diretta tv.


Nella lettera aperta, il segretario del comitato definisce l’ordine del giorno proposto dal governo“iniquo e inutile”, perché non tiene conto di una richiesta definita una priorità per l’associazione: permettere ai malati di “restare a casa”. Quindi passa a elencare i punti che stanno a cuore al comitato. Tra le varie richieste, ridurre i posti letto nelle cliniche, finanziare l’assistenza domiciliare, portare il Fondo non autosufficienza a 600 milioni di euro. Secondo i calcoli di Salvatore Usala, in particolare, dal taglio dei posti letto lo Stato ricaverebbe 2,25 miliardi in due anni da reinvestire nelle altre voci.

Il comitato fa sapere che aspetterà sette giorni una risposta “con date e testo degli emendamenti che il governo presenterà in legge di stabilità“. Dopodiché, il 20 novembre 2013, i malati di Sla si presenteranno davanti al ministero dell’Economia, dove daranno vita a uno sciopero della fame e della sete totale. E se non fosse sufficiente, “chiameremo tutti media e staccheremo i nostri respiratori in diretta TV, non ricaricheremo le batterie”.

“Questa volta siamo decisi più che mai – si legge nella lettera aperta – sentiamo sulle nostre carni, già fin troppo martoriate dalla malattia, la morte del nostro compagno di lotta Raffaele Pennacchio che, col vostro menefreghismo, continuate ancora ad ignorare”. Il segretario segnala il rischio che la battaglia possa trasformarsi in guerra: “E guerra sia! La guerra genera morti, fisicamente moriremo noi, ma voi rimarrete gli zombie che siete, inermi e paurosi, una vergogna nel mondo”. E ancora: “Adesso siamo fortemente arrabbiati. Non potete immaginare cosa significa stare a letto 24 ore su 24, non parlare, non mangiare, non vivere”.

fonte: Il Fatto Quotidiano

SOLUZIONI PER L'EMERGENZA ABITATIVA

C'è da rimanere stupefatti davanti alle "soluzioni" che il governo intende mettere in campo a fronte di una crescente e drammatica emergenza abitativa. Mentre a poche decine di metri da via della Stamperia - dove dalle 12.00 si è tenuto il vertice Stato-Regioni sull'emergenza casa - migliaia di persone, di sfrattati, senza casa, occupanti premevano sul blocco degli agenti di polizia posti a difesa del palazzo, poco più in là ministri e presidenti delle regioni avanzavano idee risibili e ridicole per affrontare un'emergenza sociale che da tempo ha cessato di essere tale solo nella grandi aree metropolitane per estendersi anche a città minori una volta prospere. 

Sfratti e pignoramenti si stanno abbattendo ormai su decine di migliaia di famiglie in tutto il paese. Ieri a Roma per sfrattare una donna con tre figli nel quartiere di Centocelle hanno dovuto mobilitare ben sei blindati e sei macchine della polizia. In pratica una operazione militare per eseguire uno sfratto. Ma gli sfratti esecutivi sono almeno 60mila. E allora?

Qui di seguito due agenzie con le dichiarazioni, dei ministri Lupi e Delrio al termine del vertice, ci danno una idea della inettitudine del governo a fronte del problema:

Lupi: "Tre fondi contro emergenza abitativa"
Il rifinanziamento di due fondi contro L'emergenza casa: il primo per l'affitto, attualmente a 100 milioni, ed il secondo per i morosi incolpevoli. E poi l'istituzione di un terzo fondo a garanzia dei proprietari di immobili. È Quanto ha annunciato questo pomeriggio il ministro delle infrastrutture, maurizio lupi, al termine di una riunione unificata con regioni, province e comuni, nell'ambito della conferenza stato-regioni, per contrastsre l'emergenza casa. "Quello di oggi- ha spiegato il ministro- e il primo di un rapidissima serie di incontri operativi che portanno il governo a fare un secondo provvedimento per svilppare i punti concordati: per l' emergenza a breve è necessario affrontare i due anelli deboli della catena: chi non riesce a pagare l'affitto non per sua colpa da un lato, e i proprietari delle case dall'altro".

Delrio: "Priorità assoluta aiutare inquilini morosi e incolpevoli"
"La priorità assoluta del governo è quella di aumentare il fondo a sostegno degli inquilini morosi e incolpevoli" che sono sottoposti alle procedure di sfratto. A spiegarlo è stato il ministro per gli Affari Regionali, Graziano Delrio, in una conferenza stampa al termine della riunione della conferenza unificata che oggi ha affrontato il tema delle politiche abitative. Delrio ha anche ricordato che nel provvedimento legislativo di riforma dell'imu "c'è un forte impegno a sostenere i percorsi di accompagnamento per i soggetti sottoposti agli sfratti".

Quindi il governo propone due provvedimenti poco più che assistenziali a fronte di una emergenza sociale strutturale. Una logica fuori da ogni logica se non quella di tenere aperte tutte le strade per consentire che sulla casa sia ancora dominante la speculazione, la rendita fondiaria senza mettere mano a misure risolutive per mettere fine al problema dell'abitare come emergenza.

I ministri forse non sanno che, in via della Stamperia, a pochi metri dal palazzo dove hanno tenuto il vertice, ce n'è un altro al centro di una inchiesta giudiziaria. Quel palazzo in un solo giorno era passato di mano - tramite il senatore Conti del Pdl e l'Ente previdenziale degli psicologi - creando dalla mattina alla sera una plusvalenza di ben 18 milioni di euro tra acquisto (la mattina a 26 milioni) e vendita (la sera stessa a 44 milioni). Di fronte a questa dimensione della speculazione finanziaria sulla casa e l'immobiliare, il governo mette a disposizione un fondo di .... 100 milioni. Ci sarebbe da disperarsi, ma la gente scesa in piazza anche oggi ha affermato che per la disperazione non c'è più posto e - per affermare diritti e dignità - si è passati all'organizzazione e al conflitto sociale. Difficile sapere se l'acre odore dei lacrimogeni tirati dalla polizia o dei fumogeni lanciati dai manifestanti abbia schiarito le idee a ministri e presidenti di regione. Ma è certo che l'inerzia e i palliativi non sono la risposta necessaria ai problemi posti dai movimenti per il diritto all'abitare. 

di Stefano Porcari
fonte: Contropiano

lunedì 4 novembre 2013

LE PROVOCAZIONI PER UNA GUERRA GLOBALE SONO IN AUMENTO

Lyndon LaRouche ha ammonito questa settimana che il pericolo di guerra aumenta ora dopo ora, e che il fattore scatenante è l’impegno dell’oligarchia finanziaria transatlantica a salvare il proprio sistema finanziario in bancarotta. L’unica politica efficace per impedire la guerra, secondo LaRouche, è l’immediato ripristino della legge Glass-Steagall negli Stati Uniti, un atto che manderebbe in bancarotta Wall Street e condurrebbe alla destituzione del Presidente Obama.


LaRouche ha fatto riferimento ai recenti incontri al vertice di Russia, Cina ed India, che, oltre a rafforzare la cooperazione economica tra di loro, hanno stretto un patto di difesa militare contro le crescenti provocazioni provenienti dall’Occidente.

Anche se il Presidente Obama ha annullato l’ordine di un attacco militare contro la Siria il mese scorso, a causa di una fortissima opposizione interna che comprende il Pentagono, continua a subire forti pressioni dall’apparato anglo-saudita per procedere con l’ordine di attacco.

Stando al Wall Street Journal, il 22 ottobre, il principe Bandar bin-Sultan, attuale capo dell’intelligence saudita e del consiglio di sicurezza nazionale, ha dichiarato ad un diplomatico in visita che gli Stati Uniti avrebbero tradito gli interessi sauditi in Siria, Egitto e Bahrain, e che gli imminenti colloqui P5+1 con l’Iran sarebbero una svendita della causa araba.

Lo stesso giorno il principe Turki bin Faisal, ex capo dell’intelligence saudita e fratello dell’attuale ministro degli Esteri, ha sferrato un attacco contro la politica americana nel corso di un'importante conferenza a Washington. Ha preso di mira il generale Martin Dempsey, Capo degli Stati Maggiori Riuniti, sostenendo che è complice del regime di Assad per essersi opposto alla guerra.

Va ricordato che il principe Bandar fu coinvolto negli attacchi alle torri gemelle dell’11 settembre, e l'inchiesta sul suo ruolo è stata insabbiata deliberatamente, prima dall’amministrazione Bush e poi da quella Obama.

Attualmente Bandar gestisce la macchina che arma le forze jihadiste all’interno della Siria, inclusi gruppi legati ad Al Qaeda, come il Fronte Al Nusra e lo Stato Islamico di Iraq e Siria (ISIS), al fine di sabotare la missione degli ispettori dell’OPCW ed il processo di pace Ginevra II. Un fallimento rafforzerebbe la linea dura in Iran, sabotando i colloqui P5+1 sostenuti dal Presidente Rohani. La conseguenza sarebbe un riaccendersi del conflitto sunniti/sciiti.

Essendo i sauditi una pedina primitiva del grande gioco dell’Impero britannico, le loro provocazioni non sarebbero sufficienti a scatenare una guerra generale, ma nel contesto del crollo del sistema transatlantico potrebbero avere conseguenze imprevedibili.

fonte: MoviSol

LA "PORTA DELL'INFERNO" ESISTE DAVVERO: E' IN TURKMENISTAN

Inferno canto terzo. “‘Per me si va ne la città dolente,per me si va ne l’eterno dolore, per me si va tra la perduta gente.’” E se esistesse fisicamente davvero la porta dell’inferno raccontata qui metaforicamente dal sommo poeta?


Viaggiamo nello sperduto deserto del Karakum, in Turkmenistan. Troviamo un’enorme voragine di origine artificiale causata da un incidente nel 1971, quando una perforazione effettuata con lo scopo di cercare petrolio in questa zona ha fatto crollare il terreno e aperto una via di fuga al gas naturale che ad oggi non si è ancora spento!

Il cratere, per la precisione, è situato vicino al piccolo villaggio di Derweze. Per una curiosa coincidenza Derweze, anche nota come Darvaza, significa proprio ”porta” in lingua turkmena. Conta circa 350 abitanti. Come già accennato, il tutto iniziò nel 1971 quando alcuni geologi sovietici stabilirono una piattaforma di perforazione nella zona in cerca di petrolio. Il terreno sotto la piattaforma crollò precipitando in una caverna piena di gas naturale ed inghiottendo tutte le attrezzature degli scienziati, per fortuna non causando vittime fra i ricercatori. Anche se non è da escludere che l’enorme quantità di gas sprigionatasi in questi 42 anni abbia provocato delle vittime tra i villaggi vicini. Resosi conto del “pasticcio” creato, i geologi, spinti dal timore che si potesse diffondere gas velenoso pensarono “bene” di innescare l’incendio ancora in corso, nella speranza, rivelatasi vana, che il fuoco consumasse tutto il gas combustibile presente all’interno della caverna nel giro di qualche giorno. Le fiamme, invece hanno continuato a bruciare inestinte finora.

La scelta di dare fuoco al deposito nel tentativo di frenare la perdita di gas naturale è stata dettata sia dalla sua tossicità, dalla pericolosità per l’ecosistema locale, dal fatto che il metano agisce come un gas serra con un’azione molto forte, va però sottolineato che comunque i danni locali avrebbero avuto un impatto molto più limitato, dal momento che comunque la zona dove si trova la porta dell’inferno è desertica e praticamente disabitata. Il cratere adesso ha 42 anni di vita, in cui non ha mai smesso un secondo di bruciare, oggi il cratere presenta un diametro di 60-70 m e una profondità di circa 20 m e tra gli autoctoni è diffusa la credenza che si tratti addirittura di un fenomeno soprannaturale. In ragione del continuo bruciare di gas, il bagliore che nasce dal foro è visibile, di notte, da chilometri di distanza. Ciò ha fatto sì che, nonostante l’isolamento e il forte odore esalato dalle fiamme che pervade tutta la zona, la “porta dell’inferno” diventasse una fra le mete turistiche più visitate del Turkmenistan.

Non si sa quanto ancora brucerà questo cratere e se mai un giorno si spegnerà. Per ora al Presidente del Turkmenistan ha ordinato, infatti, di chiudere il cratere o comunque di adottare misure che limitino l’influenza della perdita di gas rispetto allo sviluppo di altri giacimenti di gas naturale nell’area.

fonte: Scenari Globali

sabato 2 novembre 2013

MONTECITORIO DELLE MERAVIGLIE...QUANTO CI COSTA ?

Sono stipendi sbalorditivi quelli dei dipendenti della Camera dei deputati resi noti da United for a fair economy, un'associazione di Boston che lotta contro le disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza, studio reso noto oggi dal Corriere. A Montecitorio però di disuguaglianze ce ne sono poche, ma perché guadagnano tutti, da un elettricista a un commesso, cifre altissime.


Qualche numero: un elettricista appena assunto alla Camera dei deputati guadagna oltre 30mila euro. Dopo 40 anni di carriera lo stipendio arriva a oltre 136mila euro all'anno. I consiglieri parlamentari, invece, appena approdati a Montecitorio guadagnano subito oltre 60mila euro l'anno e, a fine carriera, raggiungono la cifra record di oltre 358mila euro. Tutto questo per svolgere compiti di studio o ricerca, al massimo assistente giuridico legale e amministrativo.

Se si considera che il reddito medio degli italiani, al netto della nostra evasione fiscale, è di 20mila euro lordi all'anno, gli stipendi della Camera non hanno nulla a che vedere con le retribuzioni "normali", e questo sia nel settore privato che in quello pubblico.

Un altro esempio: la crescita sproporzionata con cui, nel giro di pochi anni, gli stipendi raddoppiano. Un segretario parlamentare appena assunto arriva a guadagnare subito oltre 34mila euro all'anno. Dopo appena dieci anni di "onorata carriera", la retribuzione è quasi raddoppiata. Per non parlare dei commessi che, per svolgere compiti simili a quelli di un usciere, guadagnano quanto un direttore di banca. Senza contare il fatto che, oltrettutto, sono tantissimi: 0,7 per ciascun deputato. Dieci anni fa il rapporto era persino 1 a 1.

venerdì 1 novembre 2013

A FUKUSHIMA LA BONIFICA NUCLEARE E' IN MANO ALLA MAFIA

Grandi cantieri, grandi affari. Tutto il mondo è paese, incluso il Giappone. Nessuna sorpresa, dunque, se spunta anche a Tokyo il convitato di pietra di molte grandi opere: la mafia. Peccato che l’opera in questione sia la bonifica di Fukushima: in ballo non ci sono treni veloci, ma la sicurezza del pianeta. Contratti complessi e carenza di lavoratori disponibili: per questo s’è fatta avanti la Yakuza, conferma la Reuters.


Prima il disastro atomico causato da terremoto e tsunami, poi le menzogne di governo e media per coprire gli errori della Tepco e la reale entità del dramma: le autorità giapponesi non hanno ancora fatto i conti seriamente con l’apocalisse, emergenza sanitaria e contaminazione dell’acqua, dei terreni agricoli e del cibo. “È una guerra nucleare senza una guerra”, dice lo scrittore Haruki Murakami: stavolta “nessuno ha sganciato una bomba su di noi”, i giapponesi hanno fatto tutto da soli: “Abbiamo impostato il palco, abbiamo commesso il fatto con le nostre mani, stiamo distruggendo le nostre terre e stiamo distruggendo la nostra vita”. Con la collaborazione di una potente forza occulta: la mafia.

“Il coordinamento della decontaminazione di Fukushima, operazione multimiliardaria, si basa sulla criminalità organizzata del Giappone”, che è “attivamente coinvolta nel reclutamento del personale 'specializzato' per compiti pericolosi”, accusa il professor Michel Chossudovsky dell’istituto canadese “Global Research”, in un post ripreso da “Come Don Chisciotte”. “Le pratiche di lavoroYakuza a Fukushima – spiega Chossudovsky – si basano su un sistemacorrotto di subappalto, che non favorisce l’assunzione di personale specializzato competente”.

Qualcosa che ricorda da vicino gli strani appalti a cascata nei quali si infiltrano le cosche, in Europa e in particolare in Italia, gonfiando i prezzi e spremendo come limoni le aziende che poi i lavori devono farli davvero. “Si crea un ambiente di frode e incompetenza, che nel caso di Fukushima potrebbe avere conseguenze devastanti”, visto che ne va della sicurezza di tutti. In compenso, la manovalanza mafiosa è conveniente: “Il subappalto con la criminalità organizzata è un mezzo per grandi aziende coinvolte nella bonifica per ridurre in modo significativo il costo del lavoro”.

Alla criminalità organizzata giapponese, continua Chossudovsky, è affidata anche la delicatissima rimozione delle barre di combustibile dal reattore 4: il minimo errore potrebbe causare conseguenze apocalittiche, a livello mondiale, desertificando il Giappone e investendo di radioattività tutto l’oriente, dalla Cina all’Australia. In ballo, la rimozione con una gru di 1.300 barre di combustibile nucleare: in caso di incidente (anche solo il contatto fra due barre) si calcola che si produrrebbe un’onda radioattiva pari a 14.000 bombe di Hiroshima.

Operazione che, a quanto pare, sarà effettuata da aziende non proprio pulite: la “Reuters” documenta il ruolo della Yakuza e il suo “rapporto insidioso” con la Tepco e i ministeri della salute, del lavoro e del welfare. Solo nella prefettura di Fukushima, conferma la polizia nipponica, operano almeno 50 clan, con oltre mille affiliati. Gli investigatori sono al lavoro per tentare di sradicare la criminalità organizzata dal progetto di bonifica nucleare. In una rara azione penale, il boss Yoshinori Arai è stato appena condannato per aver intascato 60.000 dollari facendo la cresta sui salari degli operai, ridotti di un terzo.

Il mafioso, continua Chossudovsky, è stato condannato per la fornitura di lavoratori per un sito gestito da Obayashi, uno dei maggiori imprenditori del Giappone, a Date, una città a nord-ovest della centrale di Fukushima, investita dalle radiazioni dopo il disastro. Per un funzionario della polizia, il caso Arai è solo “la vetta dell’iceberg”, perché l’intera bonifica di Fukushima puzza dimafia. “Un portavoce di Obayashi ha detto che la società 'non ha notato' che uno dei suoi subappaltatori stava prendendo lavoratori da un criminale”, ma l’azienda si impegna ora a collaborare con la polizia.

Peccato che la testa dell’organizzazione sia a Tokyo: ad aprile, racconta “Global Research”, il governo ha selezionato ben tre società implicate nell’invio illegale di lavoratori a Fukushima: “Una di queste, una società basata a Nagasaki denominata Yamato Engineering, ha inviato 510 lavoratori per collocare un tubo alla centrale nucleare in violazione delle leggi sul lavoro”. Tutto questo, per “migliorare le pratiche di business” a scapito della sicurezza. Già nel 2009, aggiunge Chossudovsky, alla Yamato Engineering erano stati “vietati i progetti di opere pubbliche”, a causa di una sentenza che definiva l’azienda “effettivamente sotto il controllo della criminalità organizzata”.

Nelle città attorno a Fukushima sono al lavoro migliaia di operai. Tubi industriali, ruspe, dosimetri per misurare le radiazioni. Tutto questo per pulire case e strade, scavare terreno vegetale ed eliminare alberi contaminati, per consentire il ritorno degli sfollati. Centinaia le imprese coinvolte: di queste, secondo il ministero del lavoro, quasi il 70% avrebbe infranto le normative. “A marzo, l’ufficio del ministero a Fukushima aveva ricevuto 567 denunce, relative alle condizioni di lavoro per la decontaminazione: ha emesso 10 avvisi, ma nessuna impresa è stata penalizzata”.

Una delle aziende denunciate, la Denko Keibi, prima del disastro forniva le guardie di sicurezza privata per i cantieri. “Di fronte alla incessantedisinformazione dei media relative ai pericoli di radiazione nucleare globale – conclude Chossudovsky – l’obiettivo di 'Global Research' è quello di rompere il vuoto dei media e di sensibilizzare l’opinione pubblica, indicando le complicità dei governi, dei media e dell’industria nucleare”.

Articolo tratto da LIBRE

I RAGAZZI DI EUROPEAN ALTERNATIVES PER CAMBIARE L'EUROPA

Lamentarsi è facile, agire un po’ meno. I ragazzi di European Alternatives lo fanno, e voi? Si sa, lamentarsi e dire che tutto va male è una caratteristica molto italiana. Dalla nazionale di calcio al governo, c’è sempre qualcosa che non va. Prendi “l’Europa” per esempio. Gli italiani – e non solo – sono sempre meno contenti dell’attuale funzionamento dell’Unione europea: “maledetto euro”, “burocrati e banchieri”, “troika tiranna” e “non legittimità democratica delle istituzioni” sono tra le accuse più gettonate al bar come sui forum e commenti online.


Ma la critica fine a se stessa non serve a niente se non è seguita dall’azione. Lo sanno bene i ragazzi di European Alternatives (Euralter), l’associazione internazionale presieduta da un italiano, Lorenzo Marsili, che ha organizzato il festival TransEuropa tenutosi in tredici città europee e terminato in questi giorni a Berlino. Un festival animato da ragazzi giovani, anche giovanissimi, che non contenti della struttura e del funzionamento dell’Ue di oggi si sono mobilitati per discutere e trovare soluzioni concrete per la costruzione dell’Europa del domani, più democratica e vicina ai cittadini di quanto non lo sia adesso.

“Imagine, Demand, Enact” (Immagina, Esigi, Agisci) è lo slogan del festival che si è concluso non a caso a Berlino, cuore di quella Germania che deve capire una volta per tutte che a colpi di austerità e compiti fatti a casa non si esce da nessuna crisi. Un invito alla mobilitazione pacifica delle idee e delle iniziative quella di Euralter per riportare al centro del dibattito europeo valori come giustizia, solidarietà, diritti, partecipazione e democrazia. Sì perché le parole stanno a zero, anche quelle di protesta scritte d’impulso alla tastiera di un computer.

Nei due giorni di Berlino, come nei precedenti venti nelle altre dodici città europee – in Italia a Bologna – centinaia di ragazzi di tutta Europa si sono confrontati su come cambiare davvero le cose, su come ridare dignità alla cittadinanza europea, su come aumentare la legittimità democratica delle istituzioni comunitarie, su come aiutare i paesi in crisi e uscire dalla tirannica logica nord-forte e sud-debole.

Per farlo i ragazzi di Euralter hanno messo insieme politica, arte e cultura perché solo da un equilibrato mix di queste tre sfere si può “mettere in scena un’idea alternativa d’Europa”, come dice Marsili, e questo perché “i diritti dei cittadini vengono prima di quelli delle istituzioni e del mercato”.

Ecco allora la splendida lezione di cittadinanza attiva da parte di questi ragazzi, che hanno organizzato spettacoli, flash mob, conferenze, workhop e altre iniziative internazionali come il Manifesto dei Cittadini, una raccolta concreta di proposte e richieste dei cittadini europei rivolte alle istituzioni europee in vista delle elezioni 2014.

Ecco che “immaginare” ed “esigere” senza “agire” non serve a niente. La storia insegna che i grandi cambiamenti sono avvenuti sempre in seguito a un attivismo diretto della popolazione – oggi speriamo pacifico. Allora, voi cosa avete intenzione di fare per cambiare l’Europa?

Twitter @AlessioPisano, www.alessiopisano.com

GRECIA: GLI OSPEDALI SONO AL COLLASSO

Immagini da terzo mondo stanno facendo il giro della rete, con il più grande ospedale della Grecia, l’Evanghelismos di Atene, protagonista di una foto diffusa dell’ordine dei Medici in cui sono ritratti pazienti ammassati come sardine “in attesa di una tac, perché il prezioso strumento diagnostico era guasto”, si giustificano dal ministero. Mentre malati e parti sociali parlano di sanità pubblica ormai allo sbando, con la possibilità di curarsi affidata solo ai ricchi visto che il Servizio Sanitario Nazionale annega tra debiti milionari e tagli ai finanziamenti. La foto ha fatto scalpore sulla stampa greca a fronte del dibattito televisivo che ha avuto come protagonista il ministro della salute Adonis Georghiadis, autore nei mesi scorsi di una proposta di riforma delle strutture sanitarie che ha fatto molto discutere. Quattro i nosocomi nella capital che dovrebbero chiudere, con i conseguenti licenziamenti. Da un lato alcuni commentatori sostengono che la decisione è niente altro che la mossa disperata del governo, inchiodato dalla troika nel reperire lavoratori da licenziare entro dicembre; dall’altro il ministro si difende adducendo l’esigenza di una riforma ampia e articolata del settore.


I medici e i sindacati protestano perché quegli ospedali servono l’intera area metropolitana ateniese, al cui interno vive la metà esatta della popolazione greca. Se l’esecutivo vuol risparmiare, dicono, vada a “verificare gli accordi con le strutture private oppure pensi agli ospedali in periferia”. Georghiadis tra l’altro è uno dei politici presenti all’interno della lista Lagarde, l’elenco degli illustri evasori ellenici che sembrano quasi scomparsi dalle cronache politiche, mentre in altri Paesi, come ad esempio l’Irlanda, il medesimo elenco è stato “messo a frutto”, con denaro recuperato e tasse imposte agli evasori. Ad oggi si sa che il ministero della Salute, tallonato dalla troika, intende mettere i sigilli ai quattro ospedali della capitale senza dire cosa si farà un attimo dopo. Qualcuno inizia a sospettare di mega accordi con le cliniche private, alcune delle quali (s)vendute a gruppi esteri anche per il tramite dei magnati presenti nella lista. 

Intanto proprio la troika torna prepotentemente di attualità, non solo perché attesa a breve ad Atene per il consueto report propedeutico ai nuovi prestiti, quanto perché a seguito di una decisione dellaCommissione Finanze del Parlamento europeo, verranno esaminate le azioni per l’applicazione dei memorandum nei paesi Piigs che hanno portato incessanti pressioni sui governi degli stati senza, in molti casi, i risultati attesi in Grecia, Spagna, Cipro e Portogallo. Il comitato di selezione del Parlamento europeo indagherà sulle potenziali responsabilità per i danni prodotti dai memorandum.

Di questo è stato incaricato il Vice-Presidente del gruppo Ppe al Parlamento Europeo Otmar Karas, che assumerà la carica di relatore del cosiddetto “Troika-Control” che sarà inaugurato il prossimo14 novembre. Si tratta di un lavoro investigativo, sottolinea, fermo restando che la “valutazione non deve necessariamente portare ad una condanna”. Ma da fonti Ue si capisce che questo focus sarà incentrato sulle possibili carenze (manageriali e politiche) della troika, un passaggio che in verità aveva già provveduto a sottolineare un anno fa il Fondo Monetario Internazionale, insoddisfatto di come il triumvirato dei creditori aveva gestito il caso greco e che tra l’altro era stata l’anticamera del metodo Cipro utilizzato nell’isola pochi mesi dopo. Quasi per certificare come controbilanciare il pericolo di un altro stato fuori controllo.

Il lavoro di indagine dovrebbe essere completato nei primi mesi del 2014, in tempo utile per l’inizio della campagna elettorale per le elezioni europee, al fine di non essere strumentalizzato dai populisti antieuro. Da un documento datato 22 ottobre si apprende che una prima audizione parlamentare si svolgerà il 5 novembre, così come una serie di visite esplorative alle banche centrali e ai ministeri delle finanze dei quattro paesi colpiti di crisi (Grecia, Cipro, Portogallo, Irlanda). L’obiettivo è inscenare una sorta di processo alle disfunzioni della troika per riequilibrare la legittimità democratica. Basterà?

twitter@FDepalo

UNA GUIDA WEB SUI MIGLIORI OSPEDALI PER OGNI MALATTIA

Si chiama Doveecomemicuro.it e 'recensisce' 1.233 strutture pubbliche e private accreditate, sottoposte alla valutazione degli esperti sulla base di 50 parametri. Il portale fa anche una selezione delle prime 10 strutture divise per patologia. L'iniziativa di un gruppo di ricercatori indipendenti coordinati dal professor Ricciardi del Dipartimento di sanità pubblica dell'Università Cattolica-Policlinico Gemelli di Roma

UNA MAPPA digitale accessibile a tutti con le pagelle degli ospedali migliori. Uno strumento in più per scegliere fra presidi sanitari, case di cura e policlinici in tutto il paese. Il sito doveecomemicuro.it, appena inaugurato, è una specie di Virgilio che accompagna i pazienti nei meandri del Servizio sanitario nazionale. Basta digitare la patologia ricercata tra le 28 presenti sul portale e incrociare il dato con i criteri di distanza geografica, per individuare le strutture 'promosse' nella gestione di quel determinato problema e più vicine al luogo di residenza.


Sul sito - che non è pubblico e quindi non ha legami diretti con il ministero della Salute - c'è anche una classifica dei 10 migliori ospedali italiani divisi per malattia. Un lavoro durato due anni e presentato oggi a Roma, quello di un team di ricercatori indipendenti coordinato dal professor Walter Ricciardi, direttore del Dipartimento di Sanità pubblica dell'Università Cattolica-Policlinico Gemelli di Roma. A garantire la qualità delle informazioni, secondo gli studiosi del Better value health care Italia che hanno anche finanziato il progetto, c'è un comitato di esperti che ha utilizzato 50 indicatori di qualità assistenziale delle strutture, individuati attraverso i dati di ministero della Salute, Istat e l'Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas) e altri enti di ricerca.

Le pagelle. Si scopre così che l'Ospedale ostetrico di S.Anna a Torino è il primo per partorire. Per le rotture del femore il più quotato è invece il Cto di Milano. Mentre l'ospedale migliore dove essere ricoverati in caso di infarto è l'Azienda ospedaliera S. Maria degli Angeli di Sacile a San Vito al Tagliamento in Friuli Venezia Giulia, in cui si registrano solo 1,68 decessi per 100 ricoveri contro una media nazionale di 9,98%. Per quanto riguarda invece, ad esempio, il tumore del retto il primo ospedale è l'Azienda ospedaliera di Perugia (la media nazionale di mortalità a 30 giorni dall'intervento è di 1,99%, mentre a Perugia scende allo 0,36%). Secondo le pagelle di Divemicuro.it, gli ospedali del nord e in particolare della Lombardia sono quelli che erogano l'assistenza sanitaria migliore. 

"Le evidenze scientifiche dimostrano che riportare pubblicamente le performance di una certa struttura - spiega Ricciardi - incoraggia attività volte al miglioramento della qualità delle prestazioni offerte a livello del singolo ospedale. Non a caso alcune esperienze internazionali hanno messo in evidenza una lieve riduzione della mortalità per le diverse patologie in presenza di attività di public reporting". 

Nel sito è possibile accedere a una sezione dove le patologie sono suddivise in base alle diverse parti del corpo. Cliccando sulle diverse immagini si possono selezionare le opzioni per scegliere la struttura più vicina a casa. 

di Valeria Fini
fonte: La Repubblica.it

mercoledì 30 ottobre 2013

COME LA CIA E L'IM6 GESTISCONO IL MERCATO DELLA DROGA IN AFGHANISTAN

Gordon Duff, senior editor presso Veterans Today, ha fatto queste osservazioni durante un'intervista con Press TV, Martedì, due giorni dopo che il Telegraph ha rivelato in un rapporto che il Secret Intelligence Service (SIS), noto anche come MI6, ha fatto un appello per avere personale supplementare da altre agenzie di intelligence per l'Afghanistan dopo che le truppe britanniche lasceranno il paese nel 2014.


"Penso che stiano andando in Afghanistan per aiutare a gestire l'affare da 100 miliardi dollari all'anno dell'industria della droga, spostando l'eroina attraverso l'Afghanistan e gestendo l'asetto bancario per l'industria dell'eroina tramite le banche di Londra. Non riesco a pensare ad un altro motivo per cui dovrebbero stare li.", ha detto Duff.

"Non c'è storia del terrorismo che coinvolga l'Afghanistan e la Gran Bretagna o l'Afghanistan e gli Stati Uniti. Queste teorie sono state a lungo smentite, addirittura più di dieci anni fa", ha aggiunto. Gli Stati Uniti e i loro alleati hanno invaso l'Afghanistan il 7 ottobre 2001, nell'ambito della cosiddetta guerra di Washington contro il terrorismo. L'offensiva rimosse i talebani dal potere, ma dopo più di 12 anni, le truppe straniere non sono ancora state in grado di stabilire un certo grado di sicurezza nel paese. Ci sono attualmente più di 100.000 truppe straniere in Afghanistan. Gli Stati Uniti hanno annunciato l'intenzione di ritirare le truppe da combattimento straniero entro la fine del 2014. La coltivazione di oppio in Afghanistan è in aumento da quanto la guerra è iniziata. L'Afghanistan produce circa il 90 per cento dell'oppio mondiale. Diversi relazioni da parte delle Nazioni Unite affermano che l'oppio afgano sta avendo un impatto devastante sul mondo, uccidendo migliaia di consumatori in svariate parti del mondo. Commentando il lungo coinvolgimento di agenzie di intelligence degli Stati Uniti e del Regno Unito nel commercio della droga, Duff ha detto, "La CIA, l'MI6 e altre agenzie segrete hanno gestito il traffico di droga nel mondo, sin dai tempi della guerra in Vietnam ".

"I servizi segreti britannici erano in capo al traffico di droga mondiale nel 1840 ai tempi delle guerre dell'oppio", ha detto, riferendosi alle guerre anglo-cinesi (1839-1860), oltre al commercio dell'oppio tra Cina e Gran Bretagna.

"Sono sempre stati i controllori mondiali di oppio e del traffico di eroina. E 'qualcosa per cui l'impero britannico è noto. Gli inglesi cominciarono con l'eroina e certamente con la produzione di oppio in Afghanistan. E 'la loro industria. Lo hanno fatto per più di cento anni ed è estremamente redditizio. Costituisce un fondo per tutte le loro altre attività e non vi è alcun motivo, dal loro punto di vista, di lasciar perdere.".

IL MICROCREDITO CHE TI TOGLIE GLI ORGANI

L’enorme successo del microcredito in Bangladesh ha provocato l’insorgere di effetti collaterali imprevisti, con i “beneficiati” che spesso finiscono per vendere gli organi per ripianare i debiti.


UN GRANDE SUCCESSO - Quella del microcredito in Bangladesh è una storia di successo, ma non mancano le ombre, perchè tra le decine di milioni di bengalesi che hanno potuto accedere al credito, non tutti sono riusciti a trarne più di un vantaggio temporaneo e molti anzi sono precipitati nella stessa spirale del debito che il sistema vorrebbe bandire. Decine di milioni di persone hanno ricevuto i piccoli prestiti secondo il sistema introdotto dalla banca Grameen, un successo senza dubbio, che ha spinto al proliferare d’istituti simili in tutto il paese, dove ora ci sono circa 700 istituzioni che operano nel settore, non tutte come dovrebbero. Ma il problema non riguarda in questo caso l’atteggiamento delle banche, quanto la grande abbondanza d’offerta, che offre a molti la possibilità di chiedere più prestiti o di andare avanti per un po’ ripagando un prestito con l’accensione di una altro.

TROPPI PRESTITI - Una spirale distruttiva che porta velocemente al disastro, per evadere la quale molti debitori cercano di vendere i lro organi, sul mercato nero un rene vale mediamente 1.500 dollari e parte del fegato 4.000, cifre più che sufficienti per ripagare i debiti che da qui appaiono modesti, ma che per i poveri di quel paese possono rappresentare cifre irraggiungibili. BBC ha rintraccciato diversi bengalesi come Mohammad Akhtar Alam, un trentatreenne che ora ha un rene in meno e una lunga cicatrice in più, ma che grazie all’operazione eseguita male e alle scarse cure post-operatorie oggi in parte paralizzato, non ci vede da un occhio e non può più sollevare pesi. Alam si era indebitato con 8 diverse ONG che praticano il microcredito ed era con l’aqua alla gola, fino a che un mediatore non gli ha proposto la vendita di un rene in cambio di circa 6.000 dollari.

LA TRUFFA - 17 giorni dopo dalla proposta l’uomo tornava a casa da un ospedale della capitale, senza un rene e con solo una frazione del denaro promesso. ora Alam come altri sentiti da BBC è pentito di quella scelta, che secondo il professor Monir Moniruzzaman del Department of Anthropology della Michigan State University, che ha studiato il fenomeno del commercio degli organi in Bangladesh negli ultimi 12 anni, è comune a molti.

LE PRESSIONI SMENTITE - Secondo lui molte delle ONG, tra le quali la stessa Grameen, hanno modi molto discutibili per ottenere il pagamento dei debiti molto invasivi, anche perché il microcredito è spesso una questione di fiducia tra persone che localmente si conoscono tutte e il ruolo del debitore assediato dai creditori è molto pesante da sopportare. Pressioni che lo ONG negano, tanto che Grameen conferma che tutti i suoi prestiti sono rinegoziabili senza limiti di tempo e senza penalità per le rate scadute, tra l’altro secondo i loro dati la maggior parte dei debitori avrebbe risparmi non inferiori al 75% delll’ammontare dei presititi richiesti, ma evidentemente qualche eccezione ci sarà. Anche BRAC, un altro gigante del microcredito dice di non avere notato difficoltà con i rimborsi, anche se gli interessi sono decisamente alte, il 27% per BRACe il 20% per Grameen, calcolati però non sul capitale, ma sul montante residuo.

I PROBLEMI - Tutti ammettono però che circa il 30% dei loro clienti hanno prestiti con diverse organizzazioni, un fenomeno che le ONG sono sono attrezzate per contrastare, la verifica sui clienti si svolge di solito chiedendo ai vicini informazioni sulla situazione economica degli aspiranti debitori, che secondo la ricerca più recente del settore riescono ad elevarsi al di sopra del livello di povertà “solo” nel 7% dei casi.

IL PERICOLO - L’impatto del micricredito resta ampiamente positivo , tanto che si calcola che nell’ultimo ventennio abbia tolto dalla povertà circa 10 milioni di bengalesi, il problema è che il business dei trapianti illegali non conosce sosta e che i suoi emissari sono sempre a caccia di sprovvveduti che credono possibile risolvere i propri guai vendendo i propri organi. Secondo Moniruzzaman, gli espiantati non hanno alcuna garanzia, tanto che nella maggior parte dei casi la salute del donatore degrada velocementre dopo gli espianti, rendendoli spesso inabili al lavoro che svolgevano in precedenza e quindi molto più poveri di quanto non fossero.

di Mazzetta
fonte: Giornalettismo

lunedì 28 ottobre 2013

GRATTA E PERDI: LA GRANDE ILLUSIONE

Possibilità di mettere a segno il colpo grosso praticamente pari a zero.
Possibilità di ripagarsi almeno il costo della giocata che si collocano tra il 18 e il 35%. Chissà se l’universo delle lotterie istantanee, i cosiddetti “Gratta e Vinci”, continuerebbe a proliferare senza sosta se gli italiani mettessero a fuoco queste percentuali certo non incoraggianti. Del resto la pressante pubblicità dei concessionari, la sete continua di incassi da parte dello Stato e la voglia di cercare fortuna “spingono” da tempo un settore in cui, però, le prospettive di vittoria sono a dir poco risicate. Gli esempi si sprecano. Basti dire che attualmente in Italia esistono ben 46 tipologie diverse di “Gratta e Vinci”. Segno inconfutabile di come questo tipo di gioco “tiri”. Ma quante chance si hanno di vincere? E qui viene il bello, perché in media, secondo quanto è riportato sul sito dell’Aams (Monopoli di Stato), si tratta di una possibilità ogni 3,6 biglietti venduti. Rapporto vero, ma basato soprattutto sui premi delle dimensioni economiche più piccole, quelli che in pratica consentono giusto di ripagarsi il costo della giocata. I primi premi, invece, sono un’autentica chimera.


I NUMERI.
La Notizia, decreti alla mano, ha calcolato queste percentuali in relazione alle più ricche lotterie istantanee. Si prenda “Mega Miliardario”, il Gratta e Vinci istituito dal gennaio del 2007. Ebbene, il decreto di istituzione prevedeva la distribuzione di 50 milioni e 160 mila euro. Ora, il primo premio, quello per il quale si gioca inseguendo il colpo grosso, è contenuto in 30 biglietti. A stabilire questa grandezza, così come tutte le altre, è sempre il decreto dell’Aams. E’ chiaro che per vincere 1 milione di euro ci vuole una gran bella botta di fortuna, ma 30 biglietti su un totale di 50 milioni e 160 mila significa avere lo 0,00006% delle chance di accaparrarsi il bottino più ricco. Si prenda invece il premio minimo, quello da 10 euro. E’ portato in dote da 17.844.002 biglietti, ovvero il 35,5% del totale. Ma 10 euro è proprio il prezzo di un singolo biglietto del “Mega Miliardario”. Insomma, si avrà anche il 35,5% delle possibilità di vincere, ma solo un premio che consente di recuperare la giocata fatta e che molto spesso ispira l’acquisto di un ulteriore biglietto. Se ci si sposta a un’altra lotteria istantanea la musica non cambia. Si consideri “Turista per sempre”, uno dei quei Gratta e Vinci che consente al più fortunato di incassare 200 mila euro subito, 6 mila euro al mese per 240 mensilità consecutive più un bonus finale non inferiore a 100 mila euro. Il decreto di istituzione, a partire dal gennaio del 2010, prevedeva un distribuzione di 100 milioni e 800 mila biglietti. Il premio più ricco, del valore nominale di 1 milione e 450 mila euro, è previsto in 35 biglietti. Che su un totale di 100 milioni e 800 mila restituisce una possibilità di vittoria dello 0,00003%. Se invece si va a vedere il premio minore, quello di 5 euro che corrisponde al prezzo di un biglietto, viene fuori che è contenuto in 30.319.800 biglietti. Il tutto con una possibilità di vincere del 30%, che però ad altro non si riferisce se non al recupero della giocata

IL BUSINESS.
Da registrare che, a differenza di altri giochi, in Italia il “Gratta e Vinci” è gestito da un concessionario unico che si chiama Lotterie Nazionali srl, che fa capo a Gtech, la società del gruppo De Agostini che nel Belpaese opera attraverso il brand di Lottomatica. E’ chiaro, allora, che è proprio questa la società che si arricchisce grazie al business delle lotterie istantanee. Così come si arricchisce lo Stato, che dal fenomeno riesce a incassare circa 2 miliardi di euro di tasse.

LA GRANDE ILLUSIONE.
Giochereste alla tradizionale tombola di Natale sapendo che alla seconda estrazione dei numeri dal bussolotto qualcuno ha già fatto Tombola e si è preso il premione? Continuereste a mettere ceci sulle cartelle accontentandovi di raccogliere, in mancanza del premio finale, l’ambo oppure il tombolino? Se la risposta che avete precipitosamente dato è “ovviamente no”, sappiate che invece lo fate. O almeno si rischia di farlo ogni volta che si acquista un Gratta e Vinci, di qualunque natura. Fa parte delle regole del gioco, dicono da Lottomatica, l’azienda che gestisce le lotterie, ed è l’alea che corre qualunque giocatore. Sarà, ma un giocatore rischia sapendo di avere la chanche di portare a casa il bottino, diversamente forse non rischierebbe.

LE REGOLE DEL GIOCO.
Quando inizia un nuovo Gratta e Vinci (ce ne sono una quarantina attualmente in circolazione) viene fatto un Decreto di indizione del nuovo gioco che, con un apposito contratto, viene accettato dai Monopoli di Stato. In questo contratto c’è scritto chiaramente quanto è il monte premi finale, come viene suddiviso (in quanti diversi premi), quanti biglietti vengono stampati. Ovviamente al momento della stampa tutto viene randomizzato, cioè fatto in maniera casuale, segreta e scollegata, in modo da non sapere dove fisicamente finirà il biglietto milionario, né in termini di blocchetti né in termini di regione. C’è una verifica di congruità del lavoro svolto fatta da terzi, in particolare da Deloitte, per registrare la correttezza dei vari passaggi. Fin qui tutto ok. Se però il destino si divertisse a far trovare nel primo mese di gioco tutti i premi più alti, la stampa dei biglietti non si esaurirebbe. La regola vuole infatti che il gioco duri fino a quando non si assegnano tutti i premi messi in palio (con uno scostamento nell’ordine dell’1/2%), compresi i premi che sono un mero risarcimento del costo del biglietto.

REPORT SULLE VINCITE CRIPTATI.
Detto questo, va segnalato come Lottomatica correttamente faccia ai Monopoli di Stato ogni mese un report sui premi realmente incassati. Il che però rappresenta un’aggravante del problema, perché è del tutto evidente che mese per mese si sa quali premi siano stati già trovati dai giocatori, e dunque si ha la percezione dell’”inutilità” di un certo gioco praticamente in tempo reale. Solo che è un dato che resta nei cassetti di Lottomatica e Monopoli di Stato, alla faccia della trasparenza voluta dal decreto Balduzzi.


*di Angelo Perfetti e Stefano Sansonetti

sabato 26 ottobre 2013

QUEL BRUTTO PASTICCIO DEI CONTATORI ENEL

L’idea


Dovendo cedere parte delle centrali elettriche, come prevedeva la liberalizzazione del settore, Enel si concentrò sul retail, realizzando l’aggeggio che lampeggia nelle nostre case e che dovrebbe misurare correttamente l’energia che consumiamo. Cosa sia l’aggeggio, e perché non lo si possa legalmente definire contatore, o misuratore, lo si capirà leggendo.

Grazie all’aggeggio, Enel divenne il monopolista della misurazione dell’energia potendo rilevare, da remoto, il consumo di ogni utente. Ne consegue che, se si conosce la domanda, è facile prevedere l’offerta e Enel resta il produttore nazionale di riferimento, con il 30% della potenza elettrica installata. Sul suo sito istituzionale, Enel scrive: i “contatori intelligenti” sono uno dei punti di maggiore successo, perché vengono gestiti da remoto senza arrecare alcun disturbo all’utente.

In forza di apposita delibera della AEEG – l’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas - i vecchi contatori, quelli con la rotellina che girava, vennero così sostituiti dai nuovi, elettronici e intelligenti, progettati da Enel e costruiti in Cina. Si trattava di uno strumento innovativo e, come tutti i prototipi, avrebbe dovuto essere rodato: milioni di utenti italiani, ignari di metrologia, rappresentavano quindi un ottimo banco di prova.

Il risultato è che aggeggi, mai omologati, né provati da alcun ente terzo indipendente, sono comparsi dal nulla, e dovunque, perché anche le altre utilities, che acquistavano ancora tutta l’energia da Enel, salvo poche eccezioni, hanno deciso d’installarli. Su uno dei primi libretti d’istruzione, Enel scrive: «Il simbolo CE attesta la conformità del prodotto alle direttive applicabili. È obbligatorio ai fini della commercializzazione e deve pertanto comparire visivamente su ogni elettrodomestico».

Cosa sono?

La domanda è lecita: sono contatori o elettrodomestici? Il Ministero li ha già equiparati a elettrodomestici e, in assenza di modelli, verificati e depositati, non è dato a sapere come funzionino e, soprattutto, come misurino.

Agli utenti che lamentano malfunzionamenti, o consumi abnormi, Enel si dichiara disponibile al controllo, ma quando un utente si rivolge all’Ufficio Metrico, scopre che gli aggeggi non sono riconosciuti come strumenti di misura legali. Scatta quindi il sequestro ma poi, in assenza di una norma legale di riferimento, non possono neppure essere provati.

I presupposti per la loro installazione erano validi: in primis le fasce orarie di consumo, che però oggi sembrano non interessare più a nessuno; la facilità nel rilevare direttamente i consumi, controllare e pagare il consumo reale e non più anticipi basati su consumi stimati. Disattesi ambedue, perché l’aggeggio non è per nulla facile da “interrogare” e perché molti sono i fornitori che continuano imperterriti a fatturare consumi stimati.

Che dire, poi, della dichiarata gratuità della sostituzione per l’utente: come può essere gratuita un’operazione da miliardi di euro? Dove si è dissolta la storica voce “noleggio del contatore”? E le sostituzioni effettuate senza avvisare l’utente ? Forse AEEG potrebbe esserci d’aiuto.

Un’operazione che non ha portato alcun vantaggio per l’industria italiana, perché i contatori sono fabbricati interamente in Cina. Quindi, decine di milioni di aggeggi stanno conteggiando, senza essere omologati, né provati se non da Enel, miliardi di euro; solo Enel ne conosce caratteristiche costruttive e algoritmo di funzionamento e non possono essere verificati legalmente.

Una situazione grottesca: Enel forniva energia e, al tempo stesso, produceva i contatori che la misuravano, senza che nessuno fiatasse, Associazioni dei consumatori comprese.

Tempistica perfetta

Mentre, indisturbati, ci installavano gli aggeggi, in Europa era in discussione una Direttiva che avrebbe previsto un rigido iter di omologazione, specifico per il tipo di strumento. La direttiva, del 2004, venne recepita dall’Italia solamente nel 2007, quando ormai il più era stato fatto.

Una clausola inserita nell’articolo 22 del decreto legislativo 2 febbraio 2007, n.22, in attuazione della direttiva 2004/22/CE, avrebbe messo in sicurezza il pregresso:


«I dispositivi ed i sistemi di misura per i quali la normativa in vigore al 30 ottobre 2006 non prevede i controlli metrologici legali, qualora messi in servizio alla data di entrata in vigore del presente decreto, potranno continuare ad essere utilizzati anche senza essere sottoposti a detti controlli, purché non rimossi dal luogo di utilizzazione».



Nessun problema quindi: siccome per gli aggeggi, installati prima del 30 ottobre 2006, non erano previsti controlli metrologici legali, non c’era di che preoccuparsi: avrebbero potuto funzionare a vita, a dispetto di qualsiasi naturale deterioramento nel corso degli anni, una caratteristica di qualsivoglia prodotto.

Problemi tecnici e legali

La vicenda sarebbe passata sotto silenzio, se, perlomeno, i contatori avessero funzionato correttamente, ma i primi sembra fossero prototipi e, come tali, soggetti a miglioramenti in itinere mentre, per le serie successive, Enel sostituì fornitori e sub-fornitori cinesi.

Con il risultato che il display di un cospicuo numero di aggeggi non poteva essere rilevato in loco, come richiede espressamente la legge, o il dato di lettura andava perso durante la trasmissione, determinando la necessità di letture dirette dei distributori e conseguenti pesanti conguagli.

In alcuni casi, come denunciato dagli utenti, gli aggeggi “davano proprio i numeri”, conteggiando consumi molto superiori alle medie storiche precedenti.

Non solo per Enel, ma per tutti i fornitori e distributori, sarebbe alquanto complicato rispondere a questi temi, se il popolo degli utenti si organizzasse per capire cosa è successo!

Il problema è anche più serio perché, in linea puramente teorica, non c’è nulla che possa impedire altri ipotetici abusi: chi garantisce che con l’aggeggio non si possa, per esempio, favorire o sfavorire utenti, stabilendone da remoto il consumo? Oppure, stabilire, sempre da remoto, quanta energia possa essere ceduta alla rete da un impianto fotovoltaico? A riprova di ciò, basta verificare il testo della raccomandata di sollecito di pagamento inviata all’utente moroso, con la quale lo s’informa che, se non paga, la tensione dell’utenza verrà ridotta.

C’è poi un altro problema ben più importante. Di fatto, ci sono oggi due categorie di utenti: quelli i cui consumi sono conteggiati con strumenti non conformi, e altri, sembra meno del 10%, con contatori omologati europei. Questo fatto potrebbe anche richiamare l’attenzione dei costituzionalisti.

(ndr.) per capire di quale categoria fate parte, è sufficiente osservare la targhetta: i contatori omologati europei riportano una M seguita dalle ultime due cifre dell’anno di fabbricazione, dopo il simbolo CE; gli altri riportano il solo simbolo CE, la cui apposizione e le cui dimensioni andrebbero opportunamente verificate.

Una puntata di Report ci aiutava a capire, già nel 2005

Autrice 
 – Posso chiedere al MAP se un contatore della luce, voi che siete il Ministero delle attività produttive e vi occupate di metrologia legale, se pensate che sia uno strumento metrico o no e mi potete rispondere no o mi potete rispondere si?

Daniela Primicerio – (Ministero Attività Produttive
) No! No perché capisco come è capziosa questa domanda. Questo è il mio problema. Nel senso che questo significa che a un certo punto poi la conclusione è allora i contatori non sono controllati da nessuno e c'è un mercato che non è controllato e il consumatore non è cautelato. Io questo non riesco a capire e quindi a questa domanda non rispondo. Domande capziose che possono essere capovolte anziché nel ben fare nel cattivo fare.


L’argomento quindi è rimasto un tabù, fino alle recenti interrogazioni e alla risposta del Ministero .

Su Linkiesta se ne è parlato anche in due post (finalmente una buona notizia) e (contatori, sorprendenti ammissioni del ministero).

Considerazioni sulla prima risposta del Ministero

L’articolo 11 del Testo Unico delle leggi metriche è cristallino: “Ogni convenzione di quantità deve essere fatta con pesi e misure legali”. Ciò fissa, nel nostro ordinamento giuridico, e nelle direttive comunitarie, il principio di legalità in materia di pesi e di misure; una garanzia della tutela della pubblica fede, a salvaguardia della lealtà delle transazioni commerciali dei beni e delle energie.

Né a tale principio, comune a tutti gli stati in Europa, è mai stata prevista, per legge, alcuna eccezione. Il Ministero riconosce “lacunosa” la legislazione in materia, e afferma che il problema dei controlli metrologici sui contatori elettrici “ha risentito dell'oggettiva difficoltà e complessità ad apportare innovazioni normative in un settore di misurazione che interessa un servizio pubblico essenziale di diffusione generalizzata, con milioni di punti di misurazione e che non consente applicazioni rigide e solo formalistiche delle norme, senza tener conto, peraltro, delle conseguenze in termini di possibili interruzioni di tale servizio pubblico”.

Come è possibile, però, che un diverso, e corretto assetto normativo sia stato imposto alla, non meno importante, categoria dei contatori di volume di gas; una popolazione di milioni di esemplari che interessano un servizio pubblico essenziale e sono di pubblica utilità?

Per i contatori del gas esiste sia la disciplina metrologica di base (contenuta nel Regolamento di Fabbricazione metrica e negli innumerevoli Decreti Ministeriali che omologano particolari tipi di contatori del gas), sia l’istituto della Verifica Prima in Fabbrica, svolta dagli Uffici metrici o dal fabbricante operante in regime di Concessione di Conformità metrologica.

Quanto all’assunto, secondo il quale, i contatori elettrici rientrerebbero nelle disposizioni di cui alla legge 1 marzo 1968, n. 186 che, con un unico articolo, dispone che i contatori debbano essere “realizzati e costruiti a regola d’arte” è palese il contrasto con il principio di legalità sopra richiamato. E poi, come si può affermare, oggi, che “In detta disciplina rientrano i contatori elettrici e elettronici”, se, nel 1968, i contatori di tipo elettronico non esistevano?

Il Ministero poi afferma “del resto non era prevista dalle norme in materia di metrologia legale “ (i riferimenti sono il Testo Unico delle leggi sui pesi e sulle misure n. 7088 del 1890 e Regolamento per la Fabbricazione dei pesi e delle misure n. 226 del 1902) una specifica approvazione di modello per i contatori elettrici, né risulta che una tale approvazione sia mai stata richiesta da alcun fabbricante”.

Ma, all’epoca, non esistevano neppure le bilance elettroniche, né i complessi di misurazione per carburanti elettronici e altre categorie di strumenti di misurazione di tipo elettronico, oggi utilizzati per le transazioni commerciali. Perché, allora, i contatori di energia elettrica non hanno potuto fruire di un esimente rispetto all’obbligo generale di legalità?

Poiché l’omologazione di uno strumento di misura, di nuovo tipo, è rilasciata dal Ministero dello Sviluppo Economico a domanda del fabbricante, ci chiediamo se sia lecito che il consumatore subisca le conseguenze dell’inerzia del fabbricante che, omettendo la domanda d’omologazione al Ministero, può licenziare sul mercato, negligendo e contravvenendo agli obblighi metrici, un qualsiasi strumento di misura. L’ammettere che “… né risulta che una tale approvazione sia mai stata richiesta da alcun fabbricante” non può essere suscettibile di tutela giuridica, bensì di sanzione per violazioni di legge: sia per il fabbricante che immette in commercio strumenti di misura illegali, sia per i soggetti che se ne avvalgono, allo scopo di quantificare i beni e/o le energie da scambiarsi contro un prezzo.

La legislazione vigente, nazionale e comunitaria, vieta l’immissione sul mercato e l’utilizzo a fini commerciali di strumenti di misura illegali e/o non conformi alla direttiva.

Anche se il Ministero sembra disconoscerlo, l’ufficio Metrico di Milano, nel corso dell’attività istituzionale di vigilanza e sorveglianza del mercato, su esposti di Utenti e anche d’iniziativa, ha contestato nei casi di rinvenimento di contatori elettrici illegali, di tipo meccanico o elettronico, usati in rapporto con terzi, la fattispecie di cui all’art. 692 c.p., chiedendo alla locale Prefettura, che ha dichiarato legittimi i procedimenti, l’applicazione della misura accessoria della confisca dei contatori elettrici illegali, che nel frattempo erano stati posti sotto sequestro.

Ritardi cronici

Non si può non rilevare, infine come, recepita la Direttiva sugli strumenti di misura, la c.d. Direttiva M.I.D. (Dir. 2004/22/CE), stenti ancora, dopo sei anni, a essere emanato il previsto decreto che stabilisce le modalità di esecuzione dei controlli metrologici sui contatori elettrici in uso.

Ciò costituisce un inescusabile vulnus al principio di tutela della pubblica fede, vista l’estesa popolazione di strumenti in servizio e le notevoli poste economiche in gioco, non ultimo il fatto di vantare il triste primato delle bollette più care d’Europa.

di Edoardo Beltrame



A richiesta, pubblichiamo la rettifica di Enel al post di Edoardo Beltrame, “L’incredibile vicenda dei contatori intelligenti” che sarà commentato dallo stesso.

“Ci riferiamo all’articolo “L’incredibile vicenda dei contatori intelligenti”, da voi pubblicato nei giorni scorsi, per fare alcune doverose precisazioni.

Nessuno dei contatori Enel è un “aggeggio mai omologato, né provato da alcun ente terzo …..” Infatti, anche i contatori elettronici prodotti ed installati prima dell’entrata in vigore del DLgs n. 22 del 2 febbraio 2007, che recepisce la Direttiva Europea MID, sono stati realizzati conformemente alle norme tecniche in vigore nel periodo e certificati dall’ente di certificazione accreditato, Istituto Marchio Qualità (IMQ), il tutto secondo le normative tecniche italiane, europee ed internazionali vigenti, al fine di garantire la conformità e la qualità di TUTTI i contatori prodotti ed installati.

E non corrisponde al vero neanche che vi siano differenziazioni tecnologiche tra i contatori ante MID e post MID, in quanto le normative tecniche per i contatori di elettricità non hanno subito nel tempo differenziazioni sostanziali. Di conseguenza, le garanzie aggiuntive fornite dalla certificazione MID sono da considerarsi operanti appieno anche sui contatori Enel realizzati prima dell’entrata in vigore di tale direttiva che, al pari di quelli successivi, sono costruiti per più del 60% in Europa e non in Cina e riportano tutti il marchio CE, a testimonianza della conformità con le norme comunitarie.

Va poi ricordato che il contatore elettronico Enel è progettato e certificato per la classe di errore B (corrispondente a +/- 1%) migliore di quella dei contatori elettromeccanici e di quella che la Direttiva Europea MID, e il relativo dlgs di recepimento citato prima, stabilisce per i contatori destinati alla clientela diffusa, ovvero la classe A. Tale classe, peraltro utilizzata in diversi paesi europei, è equivalente alla classe di errore +/- 2%, come nel caso dei vecchi contatori elettromeccanici. Si riporta per completezza quanto definito nell’allegato MI003 paragrafo 7.a: “….qualora uno Stato membro prescriva la misura dell'uso residenziale, esso consente che tale misura sia effettuata per mezzo di qualsiasi contatore della classe A. Per scopi specifici lo Stato membro è autorizzato a prescrivere qualsiasi contatore della classe B.”

Quanto al fatto che “la vicenda sarebbe anche passata sotto silenzio, se gli aggeggi funzionassero correttamente” possiamo tranquillamente affermare che Il contatore Enel è stato progettato e realizzato per avere una validità metrica di circa 20 anni, rispettando per tale arco di tempo i criteri della MID riguardo il comportamento metrologico, fermo restando la possibilità di qualche malfunzionamento che può verificarsi su alcuni esemplari, come del resto possibile anche per i vecchi contatori elettromeccanici.
Circa poi l’attendibilità delle misure e la possibilità di verifica da parte del cliente, sottolineiamo con forza che Enel si attiene scrupolosamente a quanto disciplinato dall’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas a tutela soprattutto del cliente, che può sempre effettuare controlli in proprio e/o con l’ausilio di esperti, poiché il contatore Enel è accessibile ai clienti finali, una pratica che in molti paesi europei non è consentita.

È ovviamente destituita di ogni fondamento, infine, l’affermazione che “le altre utilities, che compravano ancora tutta l’energia da Enel, erano in pratica obbligate a installarli” e la riprova è che diversi distributori di energia elettrica in italia (per esempio la municipalizzata ACEA nella città di Roma) hanno adottato soluzioni tecnologiche differenti ed Enel non è stata coinvolta né nella loro progettazione, né nella loro realizzazione.

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