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mercoledì 30 ottobre 2013

LA FIERA DELLA CITTA' FUTURA

Il lampione intelligente adegua la sua luce a seconda delle necessità, risparmia l'energia e segnala quando la lampada si sta esaurendo, in maniera da farla sostituire. Sotto il lampione viaggia il tram a onda che raccoglie l'energia direttamente dal terreno, e solo dove serve: si chiama Tramwave, può far entrare i mezzi pubblici anche nei centri storici, non teme pioggia né vento che facciano saltare pali e strutture di ogni genere perché fornisce l'alimentazione a tratti - meno di due metri l'uno - installati nel terreno che quando il tram è passato si spengono, riportando la tensione a zero, consentendo di attraversare i "binari" senza nessun rischio. Ma dalla rete di illuminazione pubblica partono anche le informazioni per il controllo del traffico, calcolando i flussi, modificando la segnaletica in caso di code o incidenti. E un'unica centrale potrà, oltre che gestire il wi-fi nelle aree pubbliche e la rete di ricarica delle auto elettriche, ottenere informazioni anche dalle aree di raccolta rifiuti: avvertendo dov'è necessario intervenire se i cassonetti strabordano...


Benvenuti nella città futura - e non futuribile - dove anziani e ammalati sono controllati ogni giorno nelle loro case monitorando i parametri sanitari e le loro necessità; dove si combatte il blackout come la peggiore delle pesti possibili - e un sistema di controllo che eviti il famigerato cascading che rischiò di mandare in crisi l'intera Europa, nel 2006 dovrebbe, almeno in teoria, eliminarlo o ridurlo ad una remota ipotesi - e dove, almeno in teoria , con la sicurezza assegnata alla tecnologia, la vita dovrebbe scorrere più liscia per tutti, benché evidentemente monitorata, anche se proprio il rispetto della privacy è uno dei temi maggiormente discussi. Se ne parla dal 29 al 31 ottobre alla Fiera di Genova con la prima edizione di CPEXPO- Community Protection Genova, una fiera internazionale sulle tecnologie di protezione delle infrastrutture critiche e delle comunità. E nei workshop si parlerà anche di come monitorare un eventuale tsunami, dei sistemi di sicurezza installati in una città irachena come Niniveh o del recupero della Costa Concordia. 

La città intelligente o smart city, peraltro, sta già diventando realtà - Il sistema Tramwave, messo a punto da Ansaldo Sts, è stato testato a Napoli, richiesto a Dubai e in Qatar , suscitando interesse anche a Taiwan, proprio per l'adattabilità rispetto a fenomeni atmosferici importanti, mentre sul lampione intelligente Minos System sta sviluppando nuovi software, ma il tema della sicurezza è uno di quelli più pressanti per tutti i governi. E non casualmente a Genova arriveranno 200 esperti da tutto il mondo. Interessati, ad esempio, alla IMSS- Integrated Mobil Security System, la centrale operativa mobile studiata da Selex ES per la protezione di infrastrutture critiche, dalle reti stradali agli impianti industriali - le centrai nucleari in primo luogo - ma anche nel corso di grandi eventi, calamità naturali come i terremoti e persino attacchi terroristici. Un furgoncino dall'aria qualunque a bordo del quale, però, si possono compiere sofisticate analisi in grado di gestire l'emergenza. 
Il mondo è fragile, le nostre città e i nostri territori ancora di più:

BeesperLand è un sistema sperimentale di monitoraggio delle frane (messo a punto da Henesis) che, attraverso un sistema di raccolta dati in modalità wireless, permette di tenere sotto controllo in maniera remota , grazie alle immagini accolte sul posto e altri dati, la stabilità delle zone più a rischio. Stai a vedere che una cyber intelligenza farà quello che decenni di incuria umana non son riusciti a prevedere: metterci al sicuro. 

fonte: Repubblica.it

IN MOZAMBICO SOTTRATTI 145 KM DI TERRA AI CONTADINI

Sviluppo è una parola mimetica e promiscua. Flessibile. Strattonata un po' di qua e un po' di là. Pronunciata dagli economisti del Fondo monetario internazionale (Fmi) assume un significato; sulla bocca dei piccoli agricoltori di una provincia sperduta dell'Africa ne acquista un altro. Un esempio, tra i tanti, è quello che sta accadendo in Mozambico, paese coccolato dalla globalizzazione virtuosa e sempre più terra di conquista di investitori stranieri. Benedetti dall'Fmi. Vissuti come colonialisti dalle piccole comunità agrarie, soprattutto del Nord, che si vedono espropriare i loro campi, con l'incubo di soccombere ancora una volta alla dieta rigorosa della miseria. Dieta che non rientra, invece, nei programmi della classe dirigente mozambicana, da sempre al potere: prima come avanguardia del socialismo africano; oggi avamposto del capitalismo efficiente.


La proposta e gli effetti su 4 milioni di persone. Il presidente del paese, Armando Guebuza, è soprannominato dai più maliziosi "Guebusiness" per il suo fiuto negli affari. E deve averne annusati molti di affari quando, alla sua corte, si sono presentati Brasile e Giappone a proporgli una partnership per trasformare il Nordest del paese in un'immensa industria dell'agro-alimentare. Il progetto si chiama ProSavana (Programma di triangolazione per lo sviluppo dell'agricoltura nelle savane tropicali del Mozambico) ed ha come obiettivo di trasformare un'area di 14,5 milioni di ettari - 145mila km² - in un territorio di scorribanda per imprese nippo-brasiliane interessate alla monocoltura da esportazione. Soia prima di ogni altra coltura. Un progetto che avrà effetti diretti sui 4 milioni circa di mozambicani, che vivono lungo il corridoio di Nacala (formato dalla strada che collega Nampula a paesi come Malawi e Zambia) e che coinvolge 19 distretti di 3 province (Niassa, Zambesia e Nampula appunto).

Una politica agricola aggressiva. Ma la mobilitazione di questi mesi delle organizzazioni dei contadini, della società civile e della Chiesa cattolica contro la privatizzazione della terra sta mettendo in discussione il progetto stesso. Nonostante per Costituzione la terra appartenga alla stato e non possa essere venduta, nella pratica avviene il contrario con un frenetico avanzamento del settore privato e, in particolare, straniero. Il timore è che questo velato land grabbing (accaparramento delle terre) metta a rischio l'autonomia delle famiglie contadine, espropriandole dei campi e aumentandone l'insicurezza alimentare. "Continuando di questo passo", l'accusa rivolta a Maputo, "vi troverete a governare una terra senza persone". Non solo. Il timore è che quest'aggressiva politica agricola metta a repentaglio lo stesso equilibrio ecologico dell'area. Il presidente Guebuza deve aver capito che sta giocando con il fuoco. Il 27 agosto scorso, infatti, ha ammesso pubblicamente la "complessità del conflitto delle terre in Mozambico". E si è appellato alla "vigilanza della popolazione e comprensione degli investitori nazionali e stranieri nella ricerca di soluzioni".

Un progetto "modello". Tutto si concretizza al G8 del luglio 2009 all'Aquila: sviluppare l'agricoltura nelle savane africane attraverso la cooperazione nippo-brasiliana, sulla base dell'esperienza maturata nell'area carioca di Cerrado, la più estesa foresta-savana sudamericana. La collaborazione tra Tokyo e Brasilia - avviata all'inizio degli anni '70 fino al 2000 - ha infatti trasformato quei 200 milioni di ettari (24% del territorio del paese) in uno dei maggiori produttori al mondo di semi di soia. Oggi i due paesi vogliono riproporre quel modello e hanno individuato nel Mozambico il cliente ideale. Per diverse ragioni: l'agricoltura è la spina dorsale dell'economia mozambicana, con l'80% dei 23 milioni di abitanti che vive dei prodotti dei campi; meno del 10% dei 36 milioni di ettari di terre arabili erano coltivate nel 2010; il paese presenta 55 milioni di ettari di savana tropicale con, spesso, una cattiva qualità del suolo; c'è poi la possibilità di sviluppare, attraverso la produzione di soia, la locale industria del bestiame.

Tre punti di vista dello "Sviluppo". L'obiettivo è riqualificare con le tecnologie brasiliane le aree del nord lasciando la commercializzazione dei prodotti, soprattutto nei mercati asiatici, alle compagnie giapponesi. Per Maputo, invece, lo slogan è "combattere la povertà" con l'illusione dello sviluppo, appunto. Il 9 novembre del 2010 la firma dell'accordo trilaterale. Nell'aprile del 2011 l'inaugurazione del programma. La prima fase prevede la formazione alle nuove tecnologie dei piccoli produttori locali. Tecnologie messe a disposizione dalla brasiliana Agricultural research corporation (Embrapa) con la costruzione e l'allestimento nel territorio di laboratori del suolo e altri centri di ricerca agricola. L'investimento iniziale di Brasile e Giappone è di 13,4 milioni di dollari. Ma il ministro mozambicano José Pacheco ha corretto la cifra affermando che Tokyo ha già provveduto con 38 milioni di dollari a finanziare la ricerca, l'estensione e la redazione del masterplan di ProSavana.

Anche Bill Gates è della partita. Tra i maggiori sostenitori dell'iniziativa c'è Bill Gates con la sua fondazione. Nel suo progetto "Iniziativa con impatto: finanziamento dello sviluppo del 21° secolo", presentato ai leader mondiali, ha promosso ProSavana come un buon esempio di una partnership alternativa. E a Busan (Corea del Sud) in occasione del 4° Forum ad alto livello sull'efficacia dell'aiuto (novembre 2011), l'allora segretario di stato americano Hillary Clinton l'ha descritto come "un modello di cooperazione triangolare tra una nazione sviluppata, una emergente e una nazione beneficiaria".

Il programma durerà 20 anni. La durata della fase iniziale del progetto è prevista in 5 anni. Il programma complessivo prevede, invece, un arco globale di almeno 20 anni. E che il business sia appetitoso lo testimonia il fatto che sono già nati due fondi per aiutare le imprese a investire. Il primo è il "Fondo Nacala", lanciato nel 2012 e che prevede di attrarre investimenti brasiliani e giapponesi per due miliardi di dollari: ha come obiettivo "promuovere il progresso sociale, ambientale ed economico lungo il corridoio". L'altro è il "Fondo per l'iniziativa di sviluppo ProSavana" costituito nel settembre 2012 da Mozambico e Giappone, a supporto dei diversi modelli per l'integrazione di piccoli agricoltori. I due fondi sono iniziative parallele che non fanno formalmente parte, tuttavia, del progetto.

La frontiera brasiliana del colonialismo. Qualcuno l'ha già battezzato come una nuova forma di colonialismo brasiliano in Africa. In effetti, quella nel corridoio di Nacala è forse la più ambiziosa e di alto profilo iniziativa recente della cooperazione internazionale brasiliana nel continente. Il Mozambico rischia di diventare la nuova frontiera agricola gialloverde. Più di 100 imprenditori agricoli brasiliani, soprattutto dal Mato Grosso, hanno visitato in questi ultimi anni il paese e soprattutto la sua area a nord. Attratti per diverse ragioni: innanzitutto per il basso costo delle terre; per gli incentivi offerti dal governo di Brasilia nell'ambito del progettoProSavana; per le opportunità offerte dal Fondo Nacala; per il facile accesso ai mercati asiatici; per la mancanza di normative ambientali stringenti in Mozambico. Paese che è sempre più la destinazione di capitali privati brasiliani, anche in settori come il minerario e l'edile. 

Il business dei minerali e dell'agro-alimentare. Vale, la seconda più grande compagnia mineraria al mondo, ha una concessione per una miniera di carbone a Moatize, nella provincia di Tete, e ha tutto l'interesse che si sviluppi il porto in acque profonde di Nacala, per il quale il governo ha previsto una serie di progetti il cui valore complessivo ammonta a 1,2 miliardi di dollari. E Vale sta investendo in infrastrutture in quell'area. Del resto, le due problematiche - il business dei minerali e dell'agro-alimentare - sono profondamente interconnesse e rappresentano l'incontro-scontro tra i diritti della popolazione civile e gli interessi dei governi stranieri e mozambicano insieme a quelli delle mega imprese.

La ribellione. Ma la gente non ce la fa ad accettare tutto in silenzio. Più di 30 organizzazioni hanno deciso di unire gli sforzi per difendere terra e risorse naturali contro ProSavana. Una campagna nazionale contro la privatizzazione della terra: si denuncia la mancanza di chiarezza, la disinformazione sui progetti e sulle motivazioni per le quali il terreno è stato dato in concessione, l'assenza di un dibattito pubblico ampio, trasparente, democratico e di uno studio sull'impatto ambientale. L'Unione nazionale dei contadini ha organizzato per la prima volta un dibattito pubblico sul progetto ProSavana nell'ottobre del 2012. E molti iscritti hanno scoperto solo allora la sua esistenza. 

La lettera a tre governi. Da quel momento, la mobilitazione è stata continua. Il 28 maggio di quest'anno una ventina di organizzazioni della società civile hanno scritto una lettera aperta ai tre governi, affinché sospendano tutte le attività in corso nelle savane del corridoio di Nacala, che comportano l'espulsione e l'esclusione dei contadini dalla loro terra. La stessa Chiesa è scesa in piazza. Mons. Tomé Makhweliha, arcivescovo di Nampula, in un convegno organizzato dalla Chiesa locale ha affermato che "la terra è un bene comune dei mozambicani gestito dallo stato e non può essere privatizzato in favore di nulla e di nessuno". Ha poi concluso ricordando che non è da sottovalutare la "tensione in continua crescita tra governo e popolo per i problemi legati all'uso e non uso della terra da parte del popolo".

Ma è questa la strada giusta? Tensione che induce ora Guebuza a tirare il freno. Ma fino a quando? L'Fmi è già lì che preme: il Mozambico rappresenta un miracolo agli occhi dei tecnocrati di Washington e il presidente non vuole sgretolare questa immagine. L'interrogativo, tuttavia, resta: ProSavana e i progetti simili a questo, sono davvero la via maestra dello sviluppo in e per l'Africa?

* Articolo tratto da Nigrizia

sabato 26 ottobre 2013

GLI SCHIAVI DELLE OLIVE VIVONO COSI'

Capanne costruite nel fango, con teli di plastica e pezzi di legno, immondizia ovunque e uno spesso fumo nero che proviene dai fuochi accesi su vecchie lastre di eternit. Non c’è acqua e non c’è un bagno, non c’è un’infermeria e non ci sono medicinali: solo piccoli serbatoi che non potranno mai soddisfare l’approvvigionamento idrico, tra tanti insetti, pidocchi e sporcizia. Non è un accampamento di profughi e non siamo nella periferia di una città africana, non è un campo di concentramento e qui le guerre e i bombardamenti sono lontani chilometri. Siamo invece a Campobello di Mazara, comune siciliano in provincia di Trapani, che in autunno, durante la raccolta delle olive, si riempie di migranti pronti a vendere le proprie braccia nei campi in cambio di pochi euro. Qui vivono circa 600 persone, provenienti soprattutto dal Sudan e dal Ghana, ammassate in un campo all’entrata del Comune di Campobello, tra l’immondizia e le erbacce, aspettando che qualche caporale li recluti nei campi per raccogliere le olive.“Più si entra nel vivo della stagione della raccolta, più arrivano nuove persone” raccontano gli abitanti del ghetto infernale che rifornisce gli agricoltori del posto di manodopera a buon mercato ed esentasse. Ogni mattina passano i furgoncini a scegliere gli operai per una giornata di lavoro massacrante tra gli alberi di olive, e ad avere più possibilità di lavorare sono quelli che si sono già procurati a proprie spese il cibo e l’acqua per il pranzo: una manovalanza invisibile e a bassissimo costo, sfruttata ogni giorno per dieci o dodici ore, in cambio di due o tre euro per ogni cesto riempito. Schiavi moderni, sfruttati a cottimo con metodi antichi, che poi tornano qui, nelle capanne fatte di lamiera, senz’acqua e senza servizi igienici, dove accendono i fuochi per la cena su vecchie lastre di eternit recuperate in campagna.


L’unico approvvigionamento idrico consiste in una specie di serbatoio, che può contenere al massimo 2 mila litri d’acqua, meno di tre litri per ognuna delle circa seicento persone che vivono in questa bidonville di schiavitù del duemila. E più passano i giorni più le condizioni igieniche peggiorano, tra insetti e spazzatura. “Per contrastare i pidocchi alcuni migranti hanno preferito rasarsi a zero i capelli” scrive la delegata di Croce Rossa Sicilia Laura Rizzello al commissario del comune di Campobello Massimo Signorelli. “Sarebbe necessario – continua Rizzello dopo aver visitato il campo – provvedere ad una sanificazione della zona, per limitare la presenza di insetti. Inoltre sarebbe importante e utile, come in tutti i luoghi di questo tipo, che si possa allestire un’infermeria, dotata di farmaci e presidi, al fine di fornire un’assistenza sanitaria e al contempo si possa porre in essere anche una sorveglianza sindromica, finalizzata alla prevenzione degli abitanti dell’accampamento ma anche della popolazione. Non le nascondo che ciò che ho visto mi ha turbata, avevo visto accampamenti di questo tipo solo in Africa, in Sudan o in Darfour”.

“Tenere delle persone in quelle condizioni, consentendo il proliferare di un mercato del lavoro drogato genera razzismo ed emarginazione. Una situazione che fa comodo a chi sfrutta queste persone, operando poi una concorrenza sleale con chi le regole le rispetta e non sfrutta i lavoratori” sbotta invece il deputato di Sel Erasmo Palazzotto, dopo aver visitato la bidonville, praticamente contigua al comune di Campobello. E mentre soltanto alcune associazioni di privati cittadini provano ad aiutare gli abitanti del ghetto che sorge a soli pochi metri dalle loro abitazioni, nei giorni scorsi uno dei migranti a cui è stata negata qualsiasi forma di dignità è rimasto ucciso. Ousmane Diallo era un giovane senegalese arrivato in Sicilia per guadagnarsi qualcosa lavorando nei campi: al ritorno da una massacrante giornata di lavoro però gli è esploso tra le mani il fornello da campo utilizzato per prepararsi la cena. Pochi giorni di agonia all’ospedale Civico di Palermo e poi la morte, con gli abitanti del campo che per rispedire in patria il feretro di Ousmane, stanno cercando di autotassarsi i pochi spiccioli guadagnati raccogliendo olive: impresa ardua dato che l’operazione ha un costo di circa 4 mila euro. Nelle stesse ore in cui il giovane sudafricano moriva a causa delle gravissime ustioni, ad Agrigento il vicepresidente del Consiglio Angelino Alfano celebrava funerali senza feretri per le 366 vittime della tragedia di Lampedusa. “Assistenza per i sopravvissuti” gridava Alfano tra le contestazioni, mentre pochi chilometri ad est, a Campobello, l’accoglienza made in Italy per i migranti mostra ogni giorno il suo vero volto: un terrificante ritratto che spazza via l’ipocrisia delle parole e sbatte in faccia il dolore e la morte di uno Stato che non c’è.

giovedì 5 settembre 2013

COS'E' IL CONSUMO SOSTENIBILE

Buona parte dei consumatori di tutto il pianeta condividono la speranza di vivere in un mondo più sano, eppure manca una cognizione precisa di cosa significa consumare in maniera sostenibile e responsabile.

Di solito, quando si parla di ambiente, ci si concentra sul problema dei rifiuti e dell’inquinamento in senso stretto, ma fondamentale è in realtà considerare la questione a monte, ovvero andare a ponderare le scelte e le preferenze che diamo ai prodotti e l’uso che ne facciamo, una volta esaurita la loro utilità.

Consumo sostenibile significa acquistare beni capaci di rispondere ai nostri veri bisogni e che, al tempo stesso, possano salvaguardare e valorizzare l’ambiente che ci circonda, o quantomeno non alterare i suoi delicati equilibri. Il consumo sostenibile riguarda anche le tecniche di produzione che, se non controllate, esercitano un rilevante impatto sull’economia, sul sociale, oltre che sull’ecosistema. Per tale motivo, è essenziale che questi temi siano posti all’attenzione dei decision makers, che ne devono tenere conto nelle politiche di produzione e di marketing. La crescita incontrollata e priva di una logica integrata non ha futuro, si scontra con la limitatezza delle risorse disponibili, con gli equilibri ecologici locali e con lo sviluppo socio-economico del pianeta. Un ruolo chiave è quello che possono assumere i cittadini-consumatori che, consapevolmente, devono modificare i propri stili di vita, sconfiggere il mito della “crescita ad ogni costo”, ricordando a se stessi e agli altri che si consuma per vivere e non si vive per consumare. Usufruire delle risorse a disposizione in maniera attenta e sostenibile significa utilizzare equamente le ricchezze che la terra mette a disposizione, rispettando la sua capacità di assorbire e neutralizzare le sostanze tossiche prodotte dall’essere umano.

Questo nuovo modo di ripensare ad un utilizzo più “intelligente” delle risorse naturali, fa la sua comparsa ufficialmente nel 1987, con il rapporto della Commissione Mondiale su Ambiente e Sviluppo, noto come Rapporto Brundtland. Il documento esordisce affermando che “esiste un chiaro legame tra i problemi ambientali e la distribuzione della ricchezza e della povertà nel mondo”, evidenziando come il modello di sviluppo fino ad allora seguito – non molto diverso da quello attuale – sia il diretto responsabile della grave situazione ambientale che attanaglia il pianeta. L’idea di consumo sostenibile, al contrario, si basa su un modello di sviluppo che presuppone un’equa distribuzione delle materie prime, dell’energia e dell’acqua da utilizzare, rispettando l’ecosistema terrestre locale e globale. Citando nuovamente le parole del Rapporto Brundtlandm “un’economia sostenibile rappresenta nient’altro che un ordine sociale più alto, un ordine che si interessa delle generazioni future… più orientato al benessere del pianeta, piuttosto che alle acquisizioni di breve periodo”. Il passaggio auspicato è quello da un consumo critico ad un consumo responsabile, dove la consapevolezza e la razionalità fanno da sfondo ad ogni scelta e dove alla base vi è, inevitabilmente, uno stile di vita più parsimonioso, più lento e rispettoso dei cicli naturali. Le nostre scelte non devono essere immaginate come un fatto privato, in realtà riguardano tutta l’umanità, perché dietro a semplici gesti quotidiani, si celano meccanismi moltiplicatori ed effetti trainanti che, se mal indirizzati, ricadono sul sociale e sull’ambiente.

Inoltre, apparentemente il consumo di una risorsa sembra un gesto che si esaurisce al momento dell’acquisto, in realtà è un processo ampio e, a seconda di come si affrontano i diversi passaggi, il nostro modo di consumare può avere un impatto ambientale pesante o leggero, può svolgere un ruolo sociale positivo o negativo. Per questo motivo, azioni responsabili non si configurano in comportamenti corretti su singoli aspetti, ma rappresentano un insieme di scelte che coinvolgono l’intero stile di vita del consumatore.

La consapevolezza, sempre più diffusa, che la responsabilità del degrado ambientale sia da attribuire soprattutto ai processi di produzione e consumo, ossia ai modi con cui i prodotti e i servizi sono generati, ha fatto sorgere l’esigenza di definire una strategia innovativa che fosse in grado di conciliare la necessità di progresso economico e sociale con il bisogno di garantire un’adeguata protezione dell’ambiente. Favorire le imprese che adottano sistemi di produzione e gestione ambientale, che producono beni e sviluppano economie utilizzando un adeguato numero di risorse – per esempio riducendo i consumi di energia, di acqua, di materie prime o di rifiuti – innesca un circolo virtuoso di eco-efficienza e promuove modelli di produzione sempre più eco-compatibili. Si da inizio ad un processo di benchmarking ambientale, che non significa limitarsi ad un confronto tra risultati o performance, ma vuol dire andare ad individuare delle criticità di gestione, ricercare le migliori soluzioni da adottare, utilizzando non solo il criterio strettamente economico, ma integrandolo con gli aspetti sociali ed ambientali. Tante e diverse sono le best practice e le iniziative che vogliono diffondere maggiore consapevolezza nelle scelte del consumatore, Virtuousitaly le elenca oramai da tempo, ma a fare da effetto traino ci sono spesso grandi organizzazioni come il WWF che, ad esempio, ha lanciato il servizio “Carrello della spesa virtuale”, che ci insegna a fare gli acquisti quotidiani rispettando l’ambiente. Si sceglie un avatar personale, si imposta il numero dei componenti del nucleo familiare e, così, si entra in un supermercato fatto di pixel, virtuale appunto. Qui, carrello alla mano, si scelgono i prodotti che comunemente acquistiamo, indicando il tipo di imballaggio che preferiamo (vaschetta, cartone, etc…) e al termine della spesa il programma ci farà un resoconto delle nostre abitudini, facendoci comprendere, ad esempio, che dando la precedenza a prodotti di stagione o biologici si va a ridurre il nostro impatto sull’ambiente. Con un approccio di questo tipo, il consumatore da soggetto passivo si trasforma in attore attivo e protagonista ovvero in un cittadino che vuole sentirsi parte integrante di un processo virtuoso, responsabile e proattivo.

Una delle nuove sfide lanciate alle imprese pubbliche e private è, in definitiva, quella di soddisfare i “bisogni ambientali” dei cittadini-consumatori: la protezione dell’ambiente ed un tipo di condotta responsabile diventano fattori di customer satisfaction ed orientano il marketing verso una nuova dimensione green. Se si indaga sui meccanismi di scelta della persone all’interno delle decisioni di acquisto, si possono determinare le leve strategiche su cui andare ad investire e si capirà che non è sufficiente realizzare prodotti e servizi che tutelino il pianeta, ma sarà necessario risaltare, allo stesso tempo, il valore aggiunto apportato all’ambiente, un valore “verde” capace di differenziare i prodotti stessi e di risultare determinante durante il fatidico momento della scelta.

fonte: Virtuositaly

sabato 31 agosto 2013

L'AUTO CHE GUIDA DA SOLA PRONTA TRA 7 ANNI

La Nissan celebra il suo ottantesimo anniversario annunciando l'automobile che guida da sola. La casa giapponese ha infatti dichiarato che, entro il 2020, sarà pronta a lanciare un'intera gamma di vetture dotate di sistemi per l'autonomous driving, . E non si tratterà di prototipi fantascientifici ma di auto reali e in vendita. La guida automatica sarà anche accessibile anche in termini di prezzi con l'obiettivo, infatti, è di renderla disponibile entro due generazioni di modelli.

Gli ingegneri Nissan, in collaborazione con le migliori università del mondo, che includono MIT, Stanford, Oxford, Carnegie Mellon e l'Università di Tokyo sono da anni impegnati nella ricerca di soluzioni per l'auto che guida da sola e per lo studio di sistemi in grado di ridurre praticamente a zero le collisioni.
In Giappone, si sta già realizzando un'area di test dedicata allo sviluppo della guida automatica, che sarà completato entro l'anno fiscale 2014. Questo centro prove riprodurrà uno scenario urbano – in modo realistico, non finto – in modo da poter testare i veicoli in condizioni realistiche, assicurando la massima sicurezza della tecnologia per la sua futura applicazione e utilizzo nella pubblica viabilità.
«Nissan vuole mettere in discussione le convenzioni e guidare il progresso, un approccio che ci caratterizza e distingue», ha affermato il numero uno Carlos Ghosn. «Nel 2007 annunciai che – entro il 2010 – Nissan avrebbe venduto sul mercato mondiale un veicolo a zero emissioni. Oggi, Nissan Leaf è il veicolo elettrico più venduto della storia. Ora sono qui a impegnarmi a introdurre una nuova e rivoluzionaria tecnologia entro il 2020, la guida automatica (Autonomous Drive). E siamo già sulla buona strada per centrare questo obiettivo».
Nissan sta offrendo una prima dimostrazione della tecnologia per guida automatica in occasione dell'evento «Nissan 360», con cui sta celebrando il proprio 80° anniversario a El Toro nel Sud della California. In questa Kermesse tecnologica, della durata di un mese, la casa nipponica esibisce le sue più sofisticate soluzioni tecnologiche per l'auto del domani, prima fra tutte proprio quelle per l'autonomous driving, cioè per l'auto che giuda da sola. O quasi.
Nissan possiede, già oggi, la tecnologia in grado di rilevare le situazioni che provocano queste tragedie e reagire tempestivamente. Infatti La guida automatica secondo l'approccio della casa giapponse, alleata di Renault, è un'estensione della tecnologia del Safety Shield, capace di monitorare a 360° lo spazio circostante il veicolo per prevenire pericoli, avvisare il conducente, intervenire anche attivamente se necessario. L'approccio alla guida automatica si basa sull'idea che è preferibile avere a bordo tutti gli strumenti, piuttosto che basarsi su informazioni provenienti dall'esterno. La tecnologia esibita al Nissan 360 permetterà di viaggiare in automatico in autostrada, rimanendo in carreggiata o cambiando corsia evitando collisioni. Il sistema sarà integrato anche con il navigatore, in modo che l'auto sia istruita per condurre alla destinazione impostata.
Il potenziamento del sistema Safety Shield con uno scanner laser a 360° per controllare lo spazio circostante il veicolo abbinato a un sistema di gestione basato su tecniche di intelligenza artificiale. Lo scanner laser in grado di analizzare lo spazio circostante l'auto in cerca di ostacoli, altri veicoli, situazioni pericolose o anche segnali stradali orizzontali e verticali. I sistemi di intelligenza artificiale consentono all'auto di reagire autonomamente ai dati raccolti dallo scanner.
Safety Shield, un sistema di sicurezza che offre ai conducenti un'assistenza completa mediante varie funzioni: Around View Monitor, Back-up Collision Intervention, Lane Departure Prevention e Distance Control Assist. Safety Shield contestualizza la posizione del veicolo, rileva le possibili fonti di pericolo, avvisa il conducente e agisce per evitare incidenti. Il miglioramento attuato con lo scanner e l'intelligenza di software e silicio hanno dato vita a una soluzione messa a punto da Nissan e montata su una elettrica Leaf permette di gestire situazioni reali complesse e portano all'attenzione del pubblico tre funzioni senza precedenti: controllo della distanza laterale; svolta e ingresso negli incroci con monitoraggio del traffico e sorpasso con monitoraggio del traffico.
La funzione di controllo della distanza laterale si attiva in autostrada e fa in modo che il veicolo rilevi la presenza di ostacoli lungo la traiettoria di marcia e sterzi per evitare collisioni. Il caso più tipico è quello delle corsie chiuse per lavori.
L'ingresso negli incroci, invece, è una funzione pensata per la città: le Nissan Leaf modificate sono in grado di superare le comuni intersezioni evitando le altre auto.
Anche il sorpasso con monitoraggio del traffico è riservato alla guida urbana. Il veicolo rileva le auto parcheggiate a bordo strada, verifica lo spazio disponibile nel flusso del traffico e, al momento giusto, aggira l'ostacolo in tutta tranquillità.
Le innovazioni sono state messe a punto dalla divisone Ricerca e Sviluppo con un obiettivo a lungo termine: creare auto «a prova di incidente».
Le nuove aggiunte al Shield ottimizzano la capacità del sistema di riconoscere ed evitare potenziali rischi prima che la situazioni diventi critica. Tre sono gli elementi chiave: riconoscimento -valutazione e azione. Nel primo si attua un monitoraggio dell'ambiente circostante il veicolo per individuare rischi e segnaletica. Nel secondo l'intelligenza artificiale del veicolo aiuta il conducente a compiere una scelta mentre il terzo mette in azione la capacità del veicolo di reagire a un pericolo imminente, ad esempio sterzando o frenando per evitare collisioni. La Leaf modificata è provvista di attuatori di nuova generazione che trasferiscono i comandi del sistema digitale agli organi di controllo della vettura.

fonte: Il Sole 24 ore - motori